Bush rispolvera i toni di guerra
NEW YORK.«La nostra offensiva proseguirà nelle prossime settimane». Cosi si è espresso ieri George W. Bush nel corso del suo appuntamento radiofonico settimanale con la nazione. Si riferiva ai violenti scontri in Iraq dove la scorsa settimana ci sono state sanguinose battaglie che sono costate la vita a 46 soldati Usa e centinaia di iracheni. Ma il presidente Usa ha evitato accuratamente di ricordare questi drammatici numeri all'opinione pubblica americana. Al contrario, il tono del suo intervento di sabato è stato sicuro e determinato. «La scorsa settimana le truppe della coalizione hanno dovuto sfidare il nemico in battaglia», ha detto il capo della Casa Bianca dando la sensazione che la situazione sia tesa ma sotto controllo.
Un messaggio simile è stato diffuso ieri da esponenti del Pentagono. «Riteniamo di avere danneggiato in modo significativo le loro capacità», ha affermato il generale Mark Kimmitt, vice comandante per le operazioni militari in Iraq. La loro non è più una minaccia di natura offensiva ma rimane pur sempre una minaccia». E cosi dicendo il generale Usa ha confermato che il Pentagono ha dato ordine di distruggere «deliberatamente, con precisione e con forza» le milizie sciite radicali di Moqtada Sadr.
Oltre agli scontri con i fedeli di Sadr, la Casa Bianca sta anche gestendo la crisi degli ostaggi. Sia perchè hanno incominciato a circolare negli Usa le inquietanti immagini di un ostaggio americano sotto la minaccia di un fucile. Ma anche perchè il sequestro di cittadini di altre nazioni può mettere ulteriormente in dubbio il sostegno agli Usa di altri contingenti militari. Fra questi vi è il Giappone e proprio ieri il vicepresidente Dick Cheney è giunto a Tokio, prima tappa di una missione di una settimana che lo porterà anche in Cina e Corea del Nord. A Tokyo il vice di Bush si incontra oggi con il primo ministro Junichiro Koizumi mentre c'è la minaccia che tre cittadini giapponesi ostaggi in Iraq vengano decapitati se Koizumi non ritirerà i soldati giapponesi. Sono solamente 530 ma il governo di Tokio ha promesso alla Casa Bianca di mandarne 1100 entro fine anno. Una promessa che si scontra con la posizione di migliaia di giapponesi che alla vigilia della missione di Cheney a Tokio sono scesi in piazza chiedendo che i soldati giapponesi lascino l'Iraq.
«La nostra volontà è messa alla prova in Iraq, come dimostrato dalle dure battaglie di questa settimana», ha detto Cheney. «Ma noi americani capiamo che cos'è la posta in gioco».
Irremovibile la posizione dell'amministrazione Bush mentre per il presidente Usa le cose si mettono male anche sul fronte elettorale. Ieri è stato rivelato che cinque settimane prima dell'11 settembre Bush sapeva di un imminante attacco. Lo aveva appreso da un rapporto di due pagine che parlava specificamente di un attacco di bin Laden all'interno degli Stati Uniti e di settanta inchieste che l'Fbi stava conducendo sull'attività di cellule di al-Qaeda negli Usa.
Andrea Visconti