Verifica zoppa, per ora tutti scontenti
ROMA. Prima Fini, poi Bossi. Allarmato da una verifica che sta mettendo in fibrillazione la maggioranza, Silvio Berlusconi prova a disinnescare la mina Lega e convoca Umberto Bossi a palazzo Grazioli. Deciso a stringere i tempi della verifica, il presidente del consiglio fa capire al suo scomodo alleato che, a parte qualche ritocco, l'attuale assetto di governo non è modificabile (almeno fino alle elezioni).
Riconoscere l'esigenza di una «riflessione» sul programa di governo non significa, spiega Berlusconi nel faccia a faccia di due ore, mettere sotto tutela il superministro dell'Economia, Giulio Tremonti. La Lega, insomma, non deve temere sorprese sulle riforme ma deve smetterla di attaccare i nemici-alleati di An e Udc e, soprattutto, deve porre fine alla minaccia perpetua di uscire dal governo. Bossi cambierà registro? «Io - dice il leader della Lega - le ho sempre pronte le valigie, però, lo capite, sono prigioniero, sono ostaggio (della maggioranza n.d.r.)».
La Lega, insomma, non ha nessuna intenzione di uscire dal governo. La conferma la offre Alessandro Cè, che si sente «rassicurato» dalle parole del premier sull'indisponibilità a smembrare le competenze di Tremonti e sferra un nuovo attacco al vicepremier: «Fini - dice Cè - non si deve sentire allarmato. Se non gli stava bene il programma della Cdl, allora è stato ipocrita e il suo obiettivo è quello dei posti di potere». Sul tormentone delle «valigie sempre pronte» interviene il ministro Roberto Maroni: «La valigia io la faccio tutte le settimane, quando vengo a Roma e quando torno in Padania».
Quel che è certo è che i motivi di attrito nella maggioranza riguardano non solo le poltrone ma anche e soprattutto la politica economica. Fini resta convinto che le elezioni non andranno bene per nessuno se la Cdl continuerà a farsi condizionare dall'asse Bossi-Tremonti e non perde occasione per attaccare il superministro dell'Economia, come ha fatto ieri quando ha definito «sicuramente di ottimo livello» la relazione della Corte dei Conti che ha denunciato lo scandalo delle «consulenze esterne» nella pubblica amministrazione. A chiedere la definizione di una «linea di politica economica» per la seconda parte della legislatura sono anche i centristi dell'Udc. Rocco Buttiglione non nasconde la sua delusione per come sta procedendo la verifica ed ammette che le difficoltà non possono essere nascoste: «Non facciamo finta. Se non riusciamo a trovare un accordo abbiamo il coraggio di dire che per il momento non c'è accordo».
Il confronto nella Cdl si sposta al Senato dove ieri è stato raggiunto un primo accordo sulle riforme. L'intesa riguarda l'emendamento Calderoli che prevede la presenza dei presidenti di Regione nel futuro Senato federale e il ripristino dei senatori eletti dagli italiani residenti all'estero. Resta invece aperta la questione della Corte Costituzionale e del numero dei suoi componenti. Nessun accordo anche sull'emendamento dell'Udc che ripropone uno status costituzionale per Roma Capitale.