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Maria Fiore/garlascoL'inchiesta bis sul delitto di Garlasco dura da oltre un anno. Un anno di consulenze, perizie, testimoni veri e presunti, di indiscrezioni spesso non confermate e vere e proprie fake news. «Una situazione che ha travolto anche la famiglia di Chiara Poggi, la vittima - dice l'avvocato Gian Luigi Tizzoni -. Dopo un anno è la famiglia a trovarsi sotto inchiesta, costretta a difendersi dalle falsità». Accanto all'indagine mediatica corre parallela quella della procura che coinvolge Andrea Sempio, 37 anni, amico di Marco Poggi, fratello della vittima, uccisa la mattina del 13 agosto 2007 nella sua villa di via Pascoli a Garlasco. Due binari paralleli, ma che all'orizzonte, visti in prospettiva, finiscono per toccarsi. Avvocato, attorno a questa indagine c'è un clima teso. Anche la famiglia Poggi è finita sotto accusa. Perché? «Ci sono due piani, in effetti. Uno è quello dell'indagine della procura in cui nessun membro della famiglia è mai stato coinvolto, se non per il sopralluogo fatto nella casa dai Ris, e quello mediatico. Su questo secondo piano stiamo assistendo a un'aggressione molto forte, che diventa ancora più pesante quanto più la famiglia prova a sottrarsi. È proprio l'attenzione del mondo mediatico sul caso, che richiede visibilità, a scatenare quest'aggressione. Gli attacchi riguardano anche noi come avvocati: se non interveniamo nel dibattito veniamo in qualche modo puniti». Molti leggono l'assenza della famiglia Poggi dalla scena come un non voler cercare la verità, come se avesse qualcosa da nascondere. «Ecco, parliamo di verità. La verità è quella che viene stabilita nelle aule di tribunale, con delle sentenze. La famiglia Poggi la verità la voleva e l'ha ottenuta. Di questa nuova indagine, giustamente segreta, non sappiamo ancora nulla, se non quello che è emerso dall'incidente probatorio. A oggi non sono stati portati elementi che indeboliscono la condanna di Alberto Stasi. Detto questo la famiglia Poggi su questa indagine è neutrale. Piuttosto, abbiamo fatto delle richieste che andavano proprio nel senso di cercare la verità, come l'incidente probatorio sulla traccia 33, che viene attribuita a Sempio, ma ci è stato negato. Siamo noi quelli che non vogliono la verità?». Nel processo mediatico molte voci riguardano Marco Poggi. Si continua a mettere in dubbio che fosse davvero in montagna con la famiglia, quei giorni tragici di agosto, e che oggi si trovi in una clinica. Gli viene quasi contestato di restare nascosto. Come stanno le cose?«Marco vive in Veneto dove lavora nel settore informatico e fa la sua vita lontana da Garlasco. Si è guadagnato questo anonimato dal punto di vista mediatico e ha tutto il diritto di continuare a preservare questa sua scelta. Ricordo che dall'inizio Marco ha tenuto questo atteggiamento: non esiste una sua intervista, non ha mai rilasciato dichiarazioni. Non si capisce perché dovrebbe farlo oggi. Ha parlato solo con i carabinieri, quando hanno voluto sentirlo. Sul fatto che non fosse in montagna: surreale anche solo immaginarlo. Lui era in montagna con i genitori e con loro è rientrato alle due del pomeriggio a Garlasco. Le altre ricostruzioni sono illazioni destituite di fondamento. E la procura, che aveva fatto un comunicato contro le fake news, avrebbe potuto farlo anche per respingere queste voci su Marco. Avrebbe reso tutta questa situazione meno dolorosa per la famiglia». Tra le ultime "indiscrezioni non confermate" c'è quella sulla presunta identificazione di Ignoto2. «In realtà il materiale è molto ridotto e degradato, ma noi avevamo chiesto anche su questo un incidente probatorio. La presenza di un altro Dna sulle unghie, infatti, condiziona molto la possibilità di attribuire l'altro a un aggressore». I Poggi hanno presentato diverse querele per diffamazione. Che esito hanno avuto?«Siamo ancora in attesa. Sono querele per diffamazione ma anche stalking e minacce. Dopo avere sopportato la morte di una figlia, avere avuto un verità giudiziaria che ora è messa in dubbio, sono loro stessi a essere messi in discussione: un'esperienza che non è toccata mai a nessun altro cittadino vittima di un crimine». --