Falsa perizia per il boss, via all'appello
Maria Fiore / PAVIANel 2019 fu condannato a dieci anni e mezzo per concorso esterno in associazione mafiosa e false attestazioni all'autorità giudiziaria. Il processo di primo grado lo ritenne responsabile di avere prodotto una falsa perizia che attestava la cecità del boss della camorra Giuseppe Setola e che consentì al mafioso di evadere da Pavia. A distanza di sei anni (e continui rinvii del processo) l'oculista di Pavia Aldo Fronterrè, 75 anni, spera di ribaltare in appello il verdetto, che pende sulla sua testa come una spada di Damocle per il rischio di una pena da scontare in carcere. Il processo di secondo grado per il medico pavese è iniziato l'altro ieri, lunedì, davanti alla Corte di Appello di Napoli con il contrattacco degli avvocati difensori, che hanno chiesto una perizia super partes per riesaminare tutta la documentazione medica di Setola, anche lui imputato in questo processo per simulazione di reato aggravata dal metodo mafioso. Documenti da rivalutare La richiesta è arrivata formalmente dall'avvocato Paolo Di Furia, che difende appunto Setola, ma appare chiaro che della perizia, se concessa, beneficerà anche e soprattutto Fronterrè. «La documentazione, non valutata nel processo di primo grado, attesta che Fronterrè ha agito correttamente nella sua diagnosi», spiega l'avvocato difensore del medico, Pasquale Coppola.Ma cosa viene contestato esattamente al medico? Fronterrè, che è libero ed esercita la professione tra gli studi di Pavia e Milano, era rimasto coinvolto, a partire dal 2010, nell'indagine penale sui delitti di sangue del boss dei casalesi Giuseppe Setola, condannato con sentenza definitiva a sei ergastoli (che sta scontando nel carcere di Opera). Il tribunale di Santa Maria Capua a Vetere aveva ritenuto responsabile Fronterrè, in primo grado, di avere presentato tra la fine 2006 e l'inizio del 2007 false attestazioni mediche diagnosticando al camorrista Setola una malattia all'occhio destro, un foro maculare, di cui Setola non avrebbe mai sofferto. Quelle consulenze mediche convinsero la Corte d'Assise di Santa Maria Capua Vetere a concedere a Setola, il 18 gennaio 2008, gli arresti domiciliari proprio a Pavia, in un'abitazione nei pressi di corso Garibaldi. Fronterrè all'epoca lavorava alla clinica Maugeri di Pavia e qui il killer si sarebbe dovuto curare. Il 18 aprile dello stesso anno, però, Setola evase, e pochi giorni dopo, il 2 maggio, iniziò a sparare uccidendo in una tipica vendetta trasversale il padre del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti. Quel delitto diede inizio alla stagione del terrore nel Casertano, costata 18 morti, tra cui sei ghanesi uccisi a Castel Volturno. «Mai favorito il boss» Dall'avvio dell'indagine, ormai più di dieci anni fa, Fronterrè nega di avere mai favorito il boss o di avere ricevuto pressioni, difendendo in sostanza la sua diagnosi: «Maculopatia con probabile foro maculare in occhio destro, foro maculare a tutto spessore in occhio sinistro». Ma per l'avvocato difensore Coppola «il punto non è stabilire gradi di gravità della cecità ma appurare se avesse un senso quanto Fronterrè si limitò a consigliare, e cioè una riabilitazione visiva. Di questo stiamo parlando». La procura generale ha chiesto la conferma della condanna. Prossima udienza il 21 maggio. --