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Sovvengono alcuni pensieri in relazione al convegno di Aspen Italia che si è tenuto ieri, al Castello Visconteo, sul tema "La battaglia di Pavia e il futuro della difesa europea". Tema dall'accostamento scontato e ardito al tempo stesso, mettendo in corto circuito contesti distanti secoli. Eppure tenuti assieme, a parere di chi ha pensato l'incontro, dal concetto di deterrenza. Tornato, in questi ultimi tempi, a imporsi come obbligato ritornello su cui intonarci. Per la verità, non tutti aderiscono a questo martellante refrain, servito in ogni salsa, per giustificare il dirottamento di risorse ingenti verso il riarmo e l'industria bellica. Anziché destinarle a sostenere sanità, istruzione, infrastrutture, risposte a dissesti ambientali e altre evidenti priorità legate alla vita quotidiana delle nostre comunità.Tra le voci fuori dal coro, anche qui in città e proprio in riferimento al convegno in Castello, vi sono quelle del mondo cattolico pavese (Azione Cattolica, Acli, Caritas) che, assieme ad altre organizzazioni, si sono espresse in un documento dai toni netti ed espliciti. Tesi a interpellare non solo le forze politiche e culturali, produttive e sociali di Pavia ma la coscienza e la consapevolezza civica di ciascuno di noi. Soprattutto dove, in questo documento, gli estensori affermano che "non esiste soluzione tecnologica ai problemi posti dall'uso sbagliato della tecnologia". E poi, rivolgendosi agli organizzatori del convegno, contestano la tesi stessa dell'incontro. Ovvero il fatto che suggeriscano "prendendo spunto da una battaglia del 1525, che il progresso tecnologico applicato agli armamenti è una naturale dimensione dello sviluppo umano...". Forse, se il convegno fosse stato pensato con un diverso respiro culturale, non focalizzato al supporto delle committenze militari, avrebbe potuto ospitare anche altre divergenti narrazioni. Seminando magari fruttuosi stimoli di confronto. Ad esempio, riandando a una storia esemplare: non di "deterrenza", ma di "deposizione delle armi", protrattasi per oltre tre secoli, e pressoché contigua cronologicamente alla battaglia di Pavia. Accade in Giappone e la ricostruisce Noel Perrin, nel saggio "Giving Up the Gun. Japan's Reversion to the Sword. 1543-1879, Boston 1999. Le armi da fuoco in Giappone furono introdotte nel 1543 da tre portoghesi, pirati e soldati di ventura. Il primo ad acquistarne, dai tre, fu un possidente locale. Il suo esempio fu imitato fulmineamente da altri e nel 1560 i nipponici, poderosamente muniti di armi da fuoco ai quali applicarono la loro eccellente arte meccanica e metallurgica per produrle e implementarne la potenza, erano già in grado di combattere la loro prima battaglia con "l'abominoso ordigno". Allora il Giappone era un paese prospero, aveva 25 milioni di abitanti (la Francia ne aveva 16, la Spagna 7, l'Inghilterra 5) e "si usavano più armi da fuoco in battaglia di quante ne possedesse in totale qualunque paese europeo". Giriamo pagina, e andiamo a tre secoli dopo, al 1853, quando l'ammiraglio americano Perry sbarca in Giappone: non vi trova un solo fucile, non un cannone. Anche la parola che designa l'arma da fuoco - "teppo" - è da tempo dimenticata. Il Paese del Sol Levante, dopo un assaggio del salto tecnologico apportato dalle armi da fuoco, le ripudiò: "non furono messe al bando. Semplicemente decaddero. I giapponesi non solo non volevano usarle né fabbricarle, ma col passare dei secoli - ricorda Noel Perrin nel suo libro - arrivarono a detestarne perfino la vista". Esporre questa storia, e spiegare il perché, di questa scelta dei giapponesi, sarebbe stato un bel contributo al convegno sulla deterrenza tenutosi ieri al Castello Visconteo. Ma nessuno ci ha pensato. O ha voluto pensarci. Alla prossima occasione, dunque. --