«Sono fuggito dall'Italia perché non volevo fare la fine di Chiara»

Maria Fiore / GARLASCOLo ha detto il nipote, con una lettera dal carcere, e ora lo conferma lo stesso Flavius Alexa Savu: «Sono fuggito dall'Italia perché non volevo fare la fine di Chiara Poggi. Sapeva quello che accadeva al santuario, era venuta a conoscenza dei festini a luci rosse che coinvolgevano religiosi e giovani adulti». Savu è il 40enne di origine romena arrestato a settembre in Svizzera dopo sette anni di latitanza ed estradato pochi giorni fa in Italia: si era reso irreperibile dopo la condanna a quattro anni e otto mesi di carcere per l'estorsione ai danni dell'ex rettore del santuario mariano della Bozzola, don Gregorio Vitali, e altri religiosi. Il suo nome è tornato alla ribalta per un presunto collegamento con l'inchiesta bis aperta dalla procura di Pavia sul delitto di Chiara Poggi, uccisa il 13 agosto 2007. Inchiesta che vede come unico indagato il 37enne Andrea Sempio, amico di Marco Poggi, il fratello della vittima. L'ipotesi sul movente Nei mesi scorsi alcune voci avevano individuato nel santuario un possibile movente del delitto, su cui la procura di Pavia ha riaperto le indagini: la vittima - questa la tesi - era venuta in qualche modo a conoscenza di un segreto e l'omicidio sarebbe stato commesso per impedirle di parlare. Savu sta confermando questa pista nei colloqui in carcere con il suo avvocato, Roberto Grittini. I magistrati devono ancora sentirlo, ma, da quanto trapela, in cella sta cominciando a parlare. Savu racconta che Chiara Poggi in qualche modo era venuta a conoscenza di quello che succedeva al santuario: incontri a sfondo sessuale a cui partecipavano diverse persone. Nel telefonino di Savu, a suo dire, sarebbe ancora conservata la foto di un uomo che potrebbe avere avuto un ruolo nell'omicidio. Quanto il testimone sia attendibile dovranno stabilirlo i pm di Pavia, ma intanto il suo racconto è stato confermato anche dal nipote, Cleo Kolundra Stefanescu, di 25 anni, anche lui in carcere a Torre del Gallo, nella stessa cella dello zio, per un omicidio commesso a Vigevano. La versione del nipoteStefanescu, in una lettera inviata al quotidiano "Il Tempo", racconta che «un maresciallo dei carabinieri un giorno intimò allo zio di non avvicinarsi più al santuario e di non dover più mettere piede a Garlasco», aggiungendo che «già nel 2006 don Cervio (parroco di Albonese, ndr) aveva denunciato gli scandali a sfondo sessuale che avvenivano al Santuario». Quindi prima del delitto, ad agosto del 2007. In un altro passaggio della lettera Stefanescu scrive: «Un giorno per curiosità chiesi a mio zio quanti soldi era riuscito a prendere da don Gregorio e lui mi disse: "Con tutti i soldi che girano al Santuario non ho preso nemmeno le briciole"». Stefanescu parla anche di Andrea Sempio, indagato nella nuova inchiesta della Procura: scrive che Sempio frequentava il giro del Santuario, nonostante in questi mesi lui abbia smentito questa circostanza. Stefanescu, va detto, aveva già prodotto mesi fa un memoriale, due paginette manoscritte, che aveva affidato alla sua legale. In quel documento non parlava di Chiara Poggi, ma raccontava che lo zio gli parlò dell'ex rettore, don Gregorio Vitali, e della reverenza che nutriva nei confronti di un alto prelato «a cui baciava i piedi». Stefanescu scriveva anche che c'erano tanti giovani che partecipavano ai festini a luci rosse con alcuni religiosi e che «ricevevano per questo anche cifre fino a 3mila euro a testa». --