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Il primo venerdì di preghiera, dopo l'inizio degli attacchi israeliani si è trasformato nel «Giorno della rabbia e della vittoria»: una mobilitazione a cui la Guida suprema, Ali Khamenei, ha chiamato il suo popolo contro lo Stato ebraico e contro l'America. Migliaia di sostenitori del regime degli ayatollah sono scesi in piazza nella capitale, ma anche a Qom, Ardebil, Shiraz e Bandar Abbas, gridando slogan come «Morte agli Stati Uniti», «Morte al sionismo e a Israele». «Nessun compromesso, nessuna resa», «Leader in cerca di libertà! Siamo pronti (rivolgendosi a Khamenei)», hanno urlato per le strade iraniane sventolando le bandiere dell'Iran, ma anche quelle di Hezbollah, brandendo le foto dei generali che sono stati uccisi durante i raid israeliani. La manifestazione è un'ulteriore indicazione della spaccatura, nella società iraniana, tra una parte pro-regime, che mostra la propria rabbia verso Israele per aver attaccato l'Iran e gli Usa per averlo sostenuto. E una maggioranza, più timorosa nel dare voce al proprio dissenso per paura della censura e delle ritorsioni della polizia, che incolpa il governo e la sua leadership per la drammatica situazione in cui è precipitato l'Iran. Senza nascondere la speranza che questa crisi possa portare ad un cambiamento. Pochi parlano apertamente ai giornalisti e nessuno vuole dire il suo nome o essere in qualche modo identificabile. Ma sono in tanti, tra le strade di Teheran, a non nascondere la rabbia verso Khamenei. Per averli trascinati in guerra, per non aver garantito la sicurezza durante gli attacchi (da giorni si rincorrono le proteste per la mancanza di rifugi e sistemi di allarme in caso di attacco). E chi non è riuscito a lasciare la capitale parla di «trappola» e si spinge ad accusare Khamenei di usare i suoi abitanti «come scudi umani», si lascia scappare un signore sulla sessantina mentre esce da un negozio di alimentari dagli scaffali sempre più vuoti. «Il governo non può decidere di sprecare la vita e il futuro del popolo, perché la guerra non l'abbiamo scelta noi», insiste una donna che chiede l'anonimato mentre entra di corsa nel cortile di un condominio. --