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In migliaia camminano lenti, in una nuvola sudicia di polvere e fumo acre che si leva dai detriti dei raid notturni. Da Khan Younis, nel sud di Gaza, si avviano verso occidente, al campo profughi di al Mawasi. Gli sfollati si sentono senza una via, «l'evacuazione non ha una destinazione garantita», scrivono su una chat locale, «vogliono spingerci al largo». E gridano contro Hamas, «non vogliamo essere sacrificati, vogliamo vivere». L'Onu stima che oltre 28.000 donne e ragazze siano state uccise nell'enclave dall'inizio della guerra: «Tra le vittime, migliaia erano madri, che hanno lasciato bambini, famiglie e comunità devastate», riferisce una nota di Un Women. Ma sono numeri che gli operatori delle Nazioni Unite non hanno potuto verificare sul terreno, i dati vengono forniti direttamente dall'amministrazione di Gaza. Numeri impossibili da accertare autonomamente negli ospedali della Striscia ancora agibili dove arrivano le vittime dei raid. O durante la sepoltura nei cimiteri, dove viene fatto posto quotidianamente. E sempre l'Onu lancia l'ennesimo disperato appello: «Serve con urgenza un flusso massiccio di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza altrimenti - spiega il diplomatico britannico Fletcher, vicesegretario generale dell'Onu - altri 14.000 bebè palestinesi potranno morire già nelle prossime 48 ore». --