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«La pressione militare su Hamas sta funzionando». Benyamyn Netanyahu, due settimane dopo aver rotto la tregua a Gaza, riprendendo i raid e le operazioni di terra, ha rivendicato questa scelta. Invitando i leader della fazione palestinese all'esilio a patto che le milizie si disarmino. È una nuova prova di forza del premier israeliano, che ha deciso di sfidare anche i giudici dell'Aja che lo accusano di crimini contro l'umanità: mercoledì volerà a Budapest da Viktor Orban, che ha garantito che non eseguirà il mandato di arresto spiccato dalla Cpi, ma subito l'Ue ha rinnovato l'appello agli Stati membri a fare il proprio dovere. I bombardamenti su Gaza, che erano ripresi il 18 marzo dopo due mesi di fragile cessate il fuoco, non si sono interrotti neanche nel primo giorno di Eid al-Fitr, la festività musulmana che segna la fine del mese di digiuno del Ramadan. La linea dura di Netanyahu non cambia: colpire Hamas per costringerlo a riconsegnare gli ultimi ostaggi e poi arrendersi. Intanto va avanti sulla strada tracciata dalla Casa Bianca per il futuro di Gaza: Israele garantirà la sicurezza nella Striscia e «consentirà l'attuazione del piano Trump per la migrazione volontaria. Questo è il piano. Non lo nascondiamo e siamo pronti a discuterne in qualsiasi momento», ha assicurato il premier, che ora punta ad allargare il consenso internazionale su questa proposta. Fonti israeliane hanno fatto sapere che ne discuterà mercoledì a Budapest con Viktor Orban. --