"Disarmare" è la parola che racconta oggi la nostra complessità

Disarmare. Che bella parola, soprattutto se a pronunciarla è un uomo di quasi 90 anni, e lo fa da una stanza di ospedale.Disarmare innanzitutto le parole, per imparare a disarmare le menti e la Terra.Le parole. Perché le parole sono ARMI che uccidono. E non solo metaforicamente: basta pensare al bullismo o a certi soprannomi.Vorrei sostare qualche istante a riflettere sulla parola, detta e scritta, e, caro direttore, condividere con lei e con i lettori del giornale (aprire un dibattito sarebbe forse solo un sogno).A qualcuno sarà già venuta in mente la famosa canzone di Mina "parole, parole, parole, soltanto parole...", ci vogliono fatti: è vero, ci vogliono azioni. Decisioni forti e gesti conseguenti.Scendere in piazza, ritrovarsi in un cortile dell'università è un gesto, forse banale o addirittura inutile per qualcuno, ma resta il fatto che ha portato fuori casa le persone. Le ha "costrette" a metterci la faccia. E a scegliere le parole da dire: dal palco come seduti al bar.Parola: il primo e il più potente antidoto all'indifferenza. Ti fa scendere in campo, anche se a volte nascosto fra la folla.Ti fa scegliere da che parte stare: perché non esistono parole neutre. Armi non è Pace come Amore non è Odio.Ma la parola fa qualcosa in più: ti costringe a pensare. E oggi, in un mondo segnato dalla fretta, dall'impazienza, dal tutto e subito - soprattutto subito - il pensiero, di sua natura lento, è passato di moda. Per dirla con Francesco: «C'è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità».Disarmare: la parola giusta per raccontare la complessità del nostro quotidiano.Scontato che significhi svuotare gli arsenali, non fabbricare nuove armi ma questo, qualcuno potrebbe dirmi, non è arrendersi alla logica del più forte? Del più prepotente? Tu disarmi e lui costruisce armi più potenti e ti schiaccia. Ti priva della tua libertà.Almeno per difesa, non puoi disarmarti.Le parole: armi dicono guerra, difesa dice libertà.E qui confesso, direttore, vado in crisi.La realtà è più complessa di quello che riusciamo a cogliere.Credo che due siano i possibili percorsi che si aprono davanti a noi:1) Dare all'Europa una dignità politica, un'unità che non sia solo basata sull'economia e sulla moneta. Potrei accettare un esercito europeo che sostituisca i tanti eserciti nazionali se però prima abbiamo costruiti gli Stati uniti d'Europa (o come volete chiamarli). Per fare questo però - e qui casca l'asino, a destra come a sinistra - bisogna rinunciare: e chi rinuncia a qualcosa ai nostri giorni?2) Ritrovare il dialogo come forza motrice dell'umanità. Dialogo che significa diplomazia, soggetto dimenticato, arte d'altri tempi. E, lo dico come parte in causa, il dialogo fra le religioni, un po' spento anche a Pavia (e non per cattiva volontà. Forse più perché sentito come lontano dalla nostra quotidianità). Le religioni, invece, «possono attingere alle spiritualità dei popoli per riaccendere il desiderio della fratellanza e della giustizia, la speranza della pace», scrive papa Francesco.Sono parole, le mie, ma spero possano aiutare qualcuno a pensare. E forse anche ad agire. -- * delegato perl'ecumenismo e il dialogo interreligioso delladiocesi di Pavia