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«Nessuna concessione territoriale»: alla vigilia dell'incontro a Riad tra le delegazioni americana e russa, il primo dall'inizio della guerra quasi tre anni fa, Mosca detta già le condizioni dei futuri negoziati di pace sull'Ucraina. Ad escludere la restituzione di territori a Kiev è stato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, che si è detto anche contrario alla partecipazione del Vecchio Continente ai colloqui: «Gli europei non hanno perso la loro filosofia. Non so cosa dovrebbero fare al tavolo delle trattative. Se escogitano qualche idea astuta per congelare il conflitto e con le loro consuetudini e abitudini intendono continuare la guerra, allora perché invitarli lì?», si è chiesto mentre i principali leader europei discutevano le loro mosse in un incontro a Parigi convocato da Emmanuel Macron, che prima ha telefonato a Donald Trump. La squadra dello zar Lavrov è il diplomatico di più lungo corso al mondo e la figura chiave della delegazione russa, composta anche dal consigliere diplomatico del Cremlino Iuri Ushakov. E, forse, pure da Kirill Dmitriev, l'oligarca consigliere del Cremlino che ha giocato un ruolo dietro le quinte nel recente scambio di prigionieri con Washington e che è stato il rappresentante non ufficiale dello zar nella prima presidenza Trump. La squadra americana è composta da un tridente: il segretario di Stato Marco Rubio, il consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz e l'inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff. Quest'ultimo viene accreditato come la figura centrale nonostante la sua inesperienza diplomatica: magnate dell'immobiliare, vecchio amico, consigliere, donatore e compagno di golf di Trump, ha comunque mediato la pace tra Israele e Hamas e - con Dmitriev - la liberazione del docente americano Marc Fogel. Escluso inspiegabilmente l'inviato per il conflitto russo-ucraino Keith Kellogg, che tiene i rapporti con gli alleati europei e che oggi fa tappa in Polonia prima di sbarcare il 20 febbraio a Kiev per incontrare l'attivissimo Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino, che ha escluso di avallare accordi presi alle spalle del proprio Paese e degli europei, vola oggi in Turchia e domani (con la moglie) in Arabia Saudita per una visita ufficiale «pianificata da tempo», ma senza avere in programma incontri con dirigenti russi o americani. Certo, la coincidenza temporale sembra sospetta. Ma quando ha messo in chiaro che vuole andare anche lui ai colloqui si è sentito dire «no, tu no». Almeno per ora. Del resto, russi e americani hanno cercato di presentare l'incontro su uno sfondo più ampio, non solo per «possibili negoziati sull'Ucraina» ma anche per «ristabilire normali relazioni» tra Washington e Mosca e lavorare a un vertice fra Trump e Putin, che secondo il presidente americano potrebbe essere «molto presto», anche se non c'è alcuna data stabilita. Trump ha fatto sapere che lo zar «non vuole tutta l'Ucraina ma finire la guerra presto». «Come anche Zelensky», ha aggiunto, assicurando che «sarà coinvolto» nei negoziati. Il primo incontro, quindi, serve per «ricostruire la fiducia», come ha spiegato Witkoff. Ma l'impressione è che Trump stia giocando una più ampia partita a due con lo zar, che include l'Europa (indebolendo l'Ue e la Nato), il Medio Oriente, la Cina, l'Iran, il disarmo. Nel suo piano per ora non si intravedono né le concessioni che dovrebbe fare Mosca né le garanzie di sicurezza per Kiev. --