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Dopo le cinque del pomeriggio, Israele ieri si è immerso nel silenzio dello Yom Kippur, il giorno dell'espiazione, per la prima volta in guerra nella data più sacra del calendario ebraico da 51 anni a questa parte, quando il primo ministro Golda Meir informò la nazione che era stata improvvisamente attaccata su due fronti dagli eserciti di Egitto e Siria e «il Paese era in guerra per la sua esistenza». Era il 1973. Nel giro di 20 giorni l'Idf riuscì a riprendersi dalla sorpresa passando al contrattacco, arrivando con le sue truppe a 40 chilometri da Damasco, mentre a sud Ariel Sharon costringeva gli egiziani alla resa. Mezzo secolo dopo, Benyamin Netanyahu ripete che Israele «è in guerra per la sua esistenza» contro Hamas, Hezbollah, Houthi, jihadisti siriani e iracheni che vorrebbero distruggerlo. Tutti sostenuti e mandati da Teheran. Ma a 11 giorni dall'attacco missilistico iraniano il premier sembra stia prendendo tempo sulla risposta militare da restituire alla Repubblica islamica. La riunione notturna del gabinetto di governo e di sicurezza di giovedì sera, durata 4 ore, non è arrivata al voto sul piano di attacco all'Iran. Con il risultato che l'attendista Bibi ha dimostrato di avere interamente in mano il bastone del comando. Prima ha umiliato Gallant impedendogli di volare a Washington ponendo due condizioni: una telefonata con Joe Biden, con cui non si sentiva da quasi due mesi, e una riunione del gabinetto di sicurezza per autorizzare lui e il ministro della Difesa a decidere su tempi e modalità dell'attacco in territorio iraniano. Poi gli Usa sono stati costretti a cedere consentendo il colloquio telefonico e il presidente ha dovuto dichiarare che «Israele ha il diritto di difendersi». --