meloni & schlein cosÌ LE DONNE PORTANO PURE LA STABILITÀ
Uno dei mandati che l'elettorato pone nelle mani delle vincitrici di queste elezioni, Giorgia Meloni ed Elly Schlein, è: dateci stabilità, datecene ancora. Mentre le forze antisistema fanno tribolare l'Europa che conta, anche se meno del previsto, l'Italia, che dell'antisistemismo è stata apripista, si emancipa e dice: rivogliamo l'istituzione, la direzione (le direttrici), l'uno che non vale uno bensì quanto dimostra, il Parlamento aperto nel senso del pluralismo e non della scatoletta di tonno (i Cinquestelle questo andavano dicendo, mentre promettevano di abolire la povertà: «apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno!»). Ma questa è persino una iperlettura di una richiesta più semplice. Questa: ridateci il carattere. Avere carattere non significa avere le palle, le quali sono, peraltro, le grandi sconfitte della Storia (e i rigurgitini vannacciani lo dimostrano: sono fuochi d'artificio prossimi a diventare fatui). Il carattere è il talento dei federatori: tanto Schlein quanto Meloni hanno tenuto insieme, facendole persino crescere, due compagini di coloriti casinisti, neofiti strepitanti e spesso inattrezzati, conservatori e distruttori, gaffeur, fascisti, liberali, berlusconiani a destra, e sempiterni litiganti, indecisi, scissionisti a sinistra. Sono rimaste salde, ferme sulle loro posizioni. Certo, s'è parlato molto della metamorfosi atlantista e governista di Giorgia Meloni, e della sua impressionante capacità camaleontica (per alcuni calcolata schizofrenia) che riesce a farla benvolere tanto da Biden quanto da Abascal, eppure, di fatto, in sostanza, lei non ha cambiato idea su niente, ha tenuto il punto su tutti i suoi punti. E lo stesso ha fatto Elly Schlein, che ha semplificato il linguaggio senza modificare il messaggio, ha camminato e non sfilato tra le persone, ha dimostrato che il connubio tra idee e fatti non è solo possibile: è inevitabile. Hanno lavorato, tutte e due. Sono riuscite a sembrare, forse persino essere, disinteressate e impermeabili al chiacchiericcio. E nessuna delle due ha fatto ricorso al compromesso. Anzi. La leadership femminile che abbiamo tanto dibattuto in questi anni, chiedendoci cosa fosse e se avrebbe potuto distinguersi da quella maschile fintanto che fosse rimasta in un sistema patriarcale, ci dà una sua chiara, prima traccia: è la forza che, in un tempo di polarizzazione, non va verso il centro ma resta in piedi senza cambiare passo. Vince la stabilità, che diverge dalla continuità: tanto Meloni quanto Schlein, dal modo di fare politica di chi le ha precedute, hanno saputo distaccarsi. Hanno sacrificato l'io, pur personalizzando quasi tutto: è un modo nuovo di mettersi al servizio di una carica pubblica. È il modo antico che le donne hanno sempre avuto di fare le cose: continuare a farle, mentre tutti intorno fanno rumore. È il modo queer d'intendere l'identità: tenere tutto insieme. «Il nostro compito è organizzare la speranza», ha detto ieri Schlein, citando Tina Anselmi. Organizzare la speranza: sembra quasi un ossimoro, e invece è un programma di stabilità, e di misura intesa come computo e non come moderazione. Questa è l'altra grande novità di questo voto: la fiducia nella capacità stabilizzatrice di due leader non moderate, non centriste, non democristiane, leali ma non fedeli, che ieri si sono fatte i complimenti a vicenda, al telefono, per le rispettive vittorie. Entrambe con orgoglio e, forse, senza pregiudizio. --