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L'infallibile Alessandra Ghisleri sente aria di astensionismo crescente. E, nella sua precisa analisi, non parla solo della classica disaffezione, diciamo così, "antipolitica", fatta di distrazione e menefreghismo. Nel mare magnum del non voto c'è anche questo, però il fenomeno riguarda, ed è il punto, anche chi distratto e menefreghista non lo è per niente e magari, in altri settori, è civicamente impegnato. E qui l'antipolitica non c'entra, c'entra piuttosto il rifiuto consapevole di una discussione, al tempo stesso, estremizzata e inconcludente. Insomma, con buona pace di tutte le analisi moralistiche e soloneggianti, lì dentro c'è un principio di critica dell'esistente e un atto consapevole di diserzione da parte di chi nella politica crede, ma non in questa. E, rifiutando il naso turato, sostanzialmente dice: non sono così qualunquista da andarvi a votare.Ci sarà da cimentarsi a lungo sul tema nel dopo voto ma, tanto per dare l'idea di cosa stiamo parlando: nel 2014 alle Europee andò alle urne il 58 per cento, la volta scorsa il 54. La soglia politico-psicologica del 50, in elezioni sulla carta così cruciali, ci indica una nuova linea di frattura tra "dentro" e "fuori", dopo l'era dei racconti comunque mobilitanti: quello tradizionale "destra" e "sinistra", ma anche quello tra "il basso" e "l'alto" che ha caratterizzato l'età della rabbia contro l'establishment. E il "dentro" è una dinamica autoreferenziale e imprigionata nella trappola delle identità, da cui è espunto proprio il popolo, perché è espunta la contesa reale.Li ascolti, in queste lunghe giornata comizianti e, senza tanto stupore, li trovi tutti lì, esattamente nel punto in cui ti aspetti che siano. Non c'è la politica estera, perché parlare di guerra è difficile e impopolare. E, nel chiacchiericcio domestico, non ci sono neppure il governo, inteso come una soggettività politica e disegno, né l'alternativa. Ci sono i singoli leader, accomunati dal tratto comune di non parlare né allo stadio, e nemmeno alle tribune, ma alla parte più scalmanata della propria curva. Giorgia Meloni si affida a una gergalità marziale, quando non è triviale, per rassicurare che "noi siamo sempre noi", anche se non può più attaccare Macron e la Bce, perché al governo; Salvini a Vannacci in versione gladiatore de noantri, Elly Schlein alla solita cantilena antifascista. Doveva financo difendere la Costituzione "con i corpi", poi le hanno spiegato che il giorno della resta della Repubblica era meglio ripiegare su una manifestazione minore a Testaccio, tanto l'emergenza democratica è solo un abito che si indossa. Siccome ogni capotribù deve rassicurare sulla sua esistenza, è ossessionato dal tema del tradimento della propria identità. E la determina non in positivo, per proposta, ma in negativo per contrapposizione agli altri, in un meccanismo in cui, come sui social, si parla solo alla parte più accesa, nel timore del rinculo.In America questa roba qui ha tinte drammatiche. In Italia pressoché farsesche. Guardate la foto del ricevimento ai giardini del Quirinale. Non è il Palazzo di Pasolini con la sua torbida sacralità. E' una melassa degna di un Cafonal di Dagospia, tra battute complici e ammiccamenti di una casta che, pochi minuti prima dal palco dei comizi, aveva paventato (alla curva) la fine del mondo. La tartina disvela l'elemento di finzione. Ed è proprio questa sproporzione tra allarme e condotta che segna il discrimine con la realtà. Fuori. Non chiamatelo astensionismo, chiamatela, se volete: protesta. --