Pavia non dimentica Cedric Hordges il primo americano dal grande cuore
il ricordoLa scomparsa di Cedric (per tutti Cedro) Hordges ha lasciato sbigottiti tutti gli appassionati di pallacanestro pavesi. Primo americano dell'Annabella insieme a Ken Orange nel1985/86, stagione d'esordio in A2, rimase in riva al Ticino fino al 1988, collezionando 90 presenze, Hordges è morto a 66 anni a Montgomery, in Alabama dove era nato e dove era tornato a vivere dopo l'esperienza europea. Sui social in questi giorni il ricordo di tifosi e appassionati.Un cuore immensoMarco Calamai fu suo allenatore: «Cedro è stato uno dei giocatori più forti e simpatici che abbia mai allenato. Anche un po' indisciplinato, ma con un cuore enorme, pronto a giocare con infortuni gravi e sempre a difesa dei compagni. Lo ricordo ripensando al suo perenne e coinvolgente sorriso». Erano i gli anni della presidenza di Barbara Bandiera. «Fu il primo giocatore di colore insieme ad Orange che arrivò a Pavia -racconta - una coppia di stranieri che diede una spinta importante al movimento della nostra pallacanestro, facendo si che ne parlassero tutti. Pavia era stata appena promossa in A2: Ken, Cedro e Calamai furono i trascinatori. Era di una simpatia contagiosa, trovava sempre una scusante per giustificare ritardi o problemi, non si poteva non averlo nel cuore. Con me, aveva un rapporto di timore ma anche di grande affetto, mi chiamava mamy». Tra i tanti aneddoti, Bandiera cita l'episodio in cui Hordges era rimasto coinvolto in un incidente tornando di notte da Milano: «Io e mio marito Riccardo partimmo alle 2 per andare a recuperarlo dopo una serata in discoteca. Il giorno dopo lo rimproverai, la domenica avremmo giocato e la sua era stata una mancanza di rispetto. Cedro giocò col capo fasciato per una ferita, disputando una partita straordinaria».Hordges ha militato per due anni in Nba, con i Denver Nuggets, prima di trasferirsi in Italia, a Varese. «Un giorno chiesi a Cedro come poteva giocare con David Thompson - racconta Chicco Falerni - mi rispose che faceva i blocchi per lui. Gli chiesi di mostrarmene uno e su un libero mi trovai letteralmente lanciato fuori dal campo. Aveva un fisico bestiale, 120 chili di muscoli per 204 cm di altezza. Lo chiamavamo il napoletano perché era sempre gioviale, disponibile e allegro. Non ci stava ad essere secondo a nessuno e quando trovavacome avversario un americano che lo stuzzicava si impegnava al massimo, come McNamara di Livorno, che cancellò dal campo. Vincemmo noi». Andrea Zatti si allenava con quell'Annabella. «Il mio ricordo è di due americani che poco meno di quarant'anni fa erano considerati semidei in una città che non li aveva mai avuti e neppure visti - spiega - quando camminava per la città col montone Annabella addosso era uno spettacolo. Lui ci aggiungeva del suo, perché era estroso, ben inserito nel modo di vivere italiano. Era un uomo squadra e amatissimo, sapeva stare al mondo». --Maurizio Scorbati