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L'Iran prende la mira e punta, per ora a parole, al cuore militare di Israele in un gioco al rialzo che rischia di far precipitare il Medio Oriente in una spirale incontrollabile nonostante la pioggia di sanzioni da Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione europea che cerca di ridurre a più miti consigli il regime degli ayatollah. La minaccia iraniana «La posizione dei centri nucleari del nemico sionista è stata definita e abbiamo a nostra disposizione le informazioni necessarie su tutti gli obiettivi. In risposta a qualsiasi ipotetica azione che potrebbero intraprendere, saremo pronti a lanciare potenti missili»: l'avvertimento è arrivato dal generale Ahmad Haqtalab, comandante dell'unità di difesa e sicurezza nucleare dei pasdaran, assieme alla minaccia di «riconsiderare» la politica nucleare di Teheran se «Israele minaccerà gli impianti nucleari iraniani». Più tardi, al Consiglio di Sicurezza Onu, il ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian è andato dritto al punto: «In caso di ulteriori attacchi da parte del regime israeliano, l'Iran non esiterebbe un attimo a una risposta». Il contrattacco israeliano, secondo fonti americane, non dovrebbe avvenire prima della fine della Pasqua ebraica, il 29. Dopo le indiscrezioni secondo le quali la Casa Bianca avrebbe dato al premier israeliano Benjamin Netanyahu il via libera a un'operazione a Rafah in cambio della rinuncia a colpire l'Iran come rappresaglia e le relative smentite, è arrivato l'annuncio di nuove sanzioni contro Teheran. Nel mirino ci sono i droni che l'Iran fornisce anche alla Russia. Gli Usa e la Gran Bretagna, in un'iniziativa congiunta, hanno identificato 16 individui e alcune aziende che ne consentono la produzione attraverso componenti e motori che alimentano le varianti Shahed. All'esame, secondo il portavoce del consiglio per la Sicurezza nazionale Usa John Kirby, ci sono pure opzioni per altre sanzioni. Sulla produzione di droni si è concentrato anche il Consiglio europeo riunito a Bruxelles. «L'idea è di colpire le compagnie che servono per i droni e per i missili», ha detto il presidente Charles Michel mentre anche dal G7 dei ministri degli Esteri a Capri è arrivata una presa di posizione compatta. «Siamo favorevoli alla possibilità di imporre sanzioni all'Iran per l'attacco a Israele», ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani, precisando che il G7 «invita tutti alla prudenza» e ribadendo che «siamo amici di Israele, lo sosteniamo ma vogliamo una de-escalation in quell'area». Sempre da Capri, fonti britanniche hanno tenuto a precisare che la linea telefonica con Teheran «deve restare aperta». Al G7 la Repubblica islamica, attraverso l'ambasciata di Londra, aveva mandato un messaggio chiedendo di non adottare «misure non costruttive». Il ruolo turco È intervenuto anche il presidente turco Recepp Tayyip Erdogan che da Ankara ha chiesto un cessate il fuoco durevole a Gaza e una soluzione a due Stati sottolineando che se «i Paesi occidentali possono reagire con una sola voce contro la ritorsione dell'Iran, gli stessi attori devono ora dire basta a Israele, con una sola voce». A fargli da sponda il suo ministro degli Esteri Hakan Fidan che da Doha, dopo un incontro con il capo dell'ufficio politico di Hamas Ismail Hanyeh, ha ribadito la disponibilità dell'organizzazione a deporre le armi nel caso in cui venga riconosciuto uno Stato palestinese entro i confini del 1967. Esattamente nel giorno in cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha votato una risoluzione proposta dall'Algeria a nome dei Paesi arabi per l'ammissione piena della Palestina. Una conta importante ma che si è scontrata con il veto degli Stati Uniti. --