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Lo spettro di un Iran dotato di armi nucleari torna ad agitare i sonni d'Israele, unico Paese mediorientale che quel deterrente lo ha già (da decenni), come esso stesso gradisce i vicini sappiano al di là di un segreto di Pulcinella mai svelato solo in termini formali. Uno spettro che si fa ancor più incombente dopo l'attacco notturno orchestrato da Teheran verso obiettivi israeliani in risposta al raid contro il consolato iraniano a Damasco: attacco dimostrativo finché si vuole, quasi telefonato a Washington e in larga parte intercettato ben lontano dai confini dello Stato ebraico, ma comunque indirizzato per la prima volta in modo diretto sul territorio di quella «entità sionista» a cui la Repubblica Islamica nega - almeno nella retorica degli ayatollah - il diritto a esistere. A sottolinearlo sono analisti occidentali e non soltanto, evocando questo obiettivo come la chiave di volta di una possibile, temuta escalation, laddove il governo di ultradestra di Benyamin Netanyahu dovesse cogliere l'occasione per scatenare una massiccia contro-rappresaglia. A dispetto dell'apparente altolà dell'alleato americano. Di certo si sa che Teheran ha fatto progressi dal 2018, anno in cui Washington, sotto l'amministrazione Trump, si ritirò dall'accordo sui controlli Onu sull'energia atomica iraniana sottoscritto nel 2015 a Vienna con i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza - Cina, Francia, Russia, Regno Unito, oltre agli Usa - più Germania e Ue. Stando al Wall Street Journal, è infatti oggi l'unico attore al mondo privo di un arsenale nucleare capace di «arricchire l'uranio al 60%». E sebbene non risulti aver compiuto l'ultimo miglio verso la ripresa di operazioni concrete di assemblaggio di ordigni, viene ritenuto in grado di disporre di combustibile nucleare «quasi pronto» per non meno di tre bombe atomiche. --