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VOGHERAIl ritorno sul campo ha il sapore dolce del sollievo per Stanislav Bahirov. L'attaccante ucraino è tornato alla sua quotidianità sul rettangolo verde, dopo la bruttissima vicenda giudiziaria, che l'ha portato ad una detenzione nel carcere di San Vittore per oltre un mese. Era stato accusato di stupro ai danni di una 19enne in un parco milanese in zona Niguarda, poi l'esito del test del dna l'ha scagionato, e ora Bahirov può riprendersi la sua vita, compreso l'impegno giornaliero con la Vogherese. presidente vicinoStani è stato abbracciato calorosamente dai compagni, dallo staff tecnico e dalla dirigenza rossonera, che in primis col presidente Oreste Cavaliere, gli ha sempre dimostrato vicinanza e affetto. Nell'intervista che ci ha concesso nella sede di via Facchinetti, Bahirov ha ritrovato il suo abituale sorriso e la voglia di scherzare che gli appartiene, ma questa storia gli ha provocato un forte senso di avvilimento.«Il momento più devastante è stato quando sono venuti sei agenti in casa mia alle sei di mattina, per cercare dei vestiti ed arrestarmi. La mia bambina di 5 anni piangeva disperata e non voleva che il papà andasse via. Quella scena mi ha strappato il cuore, e difficilmente la dimenticherò», racconta Bahirov.La sua posizione sulla vicenda è sempre stata chiara: «Ho semplicemente cercato di aiutare questa ragazza che urlava, e sembrava sofferente, seduta su una panchina nel parchetto sotto casa mia. Nell'altra panchina, c'erano due uomini. Ho solo provato ad aiutarla, senza fare nulla di male, lei non mi sembrava molto lucida, poi me ne sono andato. Non capisco perché mi abbiano subito portato in carcere, senza aspettare il test del dna. Le riprese delle telecamere che mi hanno filmato dipendono semplicemente dal fatto che io abito proprio in quella zona, la mia casa si trova appena sopra a quel parchetto, quindi è naturale che fossi spesso da quelle parti».le partite a calcettoL'esperienza del carcere lo ha temprato: «Si è creato rispetto e collaborazione con i miei compagni di cella. Facevo palestra e giocavo a calcetto nei tornei che organizzavamo con gli altri detenuti, e ho imparato anche a giocare a carte. Mi è mancata tanto la mia famiglia, fortunatamente riuscivo a parlare con mia moglie, e mi mancava anche il calcio, che fa parte della mia vita. La morale che mi lascia questa triste storia è che bisogna assaporare ogni singolo istante della vita, perché poi può succedere qualcosa di imprevedibile, che mai ti aspetteresti. Ora ho quasi il timore di aiutare le altre persone, dopo quello che mi è successo».Il sostegno della Vogherese gli ha dato forza: « Il presidente Cavaliere mi conosce da più di quattro anni, e ha sempre creduto nella mia innocenza. Anche tutta la dirigenza, i compagni e lo staff tecnico mi sono stati vicini. Voglio ringraziare i tifosi della Vogherese, che mi hanno sempre dimostrato vicinanza, in questi anni hanno capito che persona sono».il prossimo impegnoOra Stani non vede l'ora di tornare a giocare in una gara ufficiale, chissà magari già dal match di domenica al Parisi contro il Bra: « Fisicamente mi sento bene, mentalmente sto cercando di lasciarmi alle spalle questa storia, anche se sarà difficile dimenticarla completamente. Soprattutto l'immagine della mia bambina che piange quando mi hanno portato via gli agenti, mi ha straziato. Come atleta devo ritrovare un po' di fiato e resistenza, ma sono sicuro che questa vicenda mi darà ancora più voglia, cattiveria sportiva e determinazione». -- ALESSANDRO QUAGLINI© RIPRODUZIONE RISERVATA