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«Avevo vent'anni. E non permetterò a nessuno di dire che questa è l'età più bella della vita...»: è trascorso quasi un secolo da quando lo scrittore francese Paul Nizan aprì con questo incipit il romanzo "Aden Arabia" destinato a un successo mondiale. Spirito critico insofferente di ogni opaca obbedienza ideologica; "comunista impossibile" - come lo ha definito Annie Cohen-Solal nella biografia che gli ha dedicato anni fa - scomunicato dai suoi compagni; autore di opere come "I cani da guardia" (sul ruolo degli intellettuali) e "La cospirazione" (sulle implacabili dinamiche distruttive insite in ogni militanza rivoluzionaria), Nizan ha avuto uno strano destino. Quello di celarsi e di riapparire, ciclicamente, sia nei cataloghi editori sia nel confronto culturale. E, solitamente, quando dopo un'assenza più o meno prolungata torna il riferimento a Nizan, in ballo è il tema della gioventù.Dunque, non vi è dubbio che dietro l'angolo ci sia, assai prossimo, un ritorno a Nizan e alle sue opere. Accadrà perché, in un Paese come il nostro che sta invecchiando a grandi passi, il nodo veramente cruciale col quale fare i conti non è l'essere vecchi. Ma l'essere giovani in un Paese di vecchi, dove già ora quasi un quarto della popolazione supera i 65 anni. Mentre, nel 2050, un abitante su tre sarà anziano. L'Istat, con le sue statistiche, parla dell'inverno demografico nel quale ci stiamo già inoltrando. Così, molti di noi, avanti negli anni e immersi nell'autoreferenzialità che è di tutte le generazioni ma che nella nostra sta toccando picchi impensabili, ritengono di esserne i protagonisti. Non comprendendo che occorre cambiare prospettiva. Orientando la visione su quanto l'Istat ha spiegato a chiare lettere in un rapporto di pochi mesi fa: protagonisti di questo inverno non sono gli anziani ma i giovani. Poiché su di essi, sui 10 milioni di nostri concittadini attualmente tra i 18 e i 34 anni, pari al 23% della popolazione, cadranno i drammatici oneri e le pesanti ipoteche della dura stagione demografica che si è aperta. Dove c'è sicuramente la questione, tutt'altra che rassicurante, del come noi anziani andremo a concludere il nostro tragitto ma, ancora ben più rilevante sul destino del Paese e delle nostre città, sarà la fatica e la sfida di essere giovani in un Paese di vecchi. Poiché, già oggi, e ce lo dicono anche le cronache locali, essere giovani non è affatto la stagione più facile del vivere. E quanto al farla diventare più o meno bella dipenderà dal destino di ciascuno e dal talento con cui vorrà dedicarvisi. Dando per scontata la certezza di quanto siano sterili, e patetiche, eventuali lezioni e indicazioni da parte di chi non è più giovane sull'uso migliore che i giovani dovrebbero fare della loro gioventù (come diceva De André "si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare cattivo esempio").Però, forse, qualche informazione a loro, e alle loro famiglie, può servire. Quella, ad esempio, che anche a Pavia, scadenza il 14 febbraio, sono aperte le candidature in diversi ambiti ed enti a 54 posti, distribuiti su 4 progetti - sostegno ai fragili; welfare educativo; accoglienza migranti; sostenibilità ambientale - di quel Servizio Civile Universale (SCU) varato per i giovani tra i 18 e i 28 anni dallo Stato italiano. È un'occasione per fare, durante un anno, esperienze di concreto impegno per il bene comune, preziose sul piano personale e professionale. In Lombardia il 78% di coloro che hanno completato i dodici mesi del percorso, che prevede anche un compenso di 507 euro mensili, ha trovato occupazione nell'arco dei successivi quattro mesi. Al link https://www.paviainrete.com/progetti si possono trovare tutte le info necessarie. Idem sui social, da Instagram e Facebook, dove, oltre alle chiacchiere degli influencer, chi vuole può trovare, se cerca, dritte utili. --