Più che di confronto già si parla di referendum. In attesa che inizi l'esame parlamentare del disegno di legge costituzionale sul premierato, si misurano distanze piuttosto nette fra maggioranza e opposizione. Tanto che il ministro leghista Roberto Calderoli è certo che «non si raggiungeranno mai» i due terzi di voti necessari a evitare la consultazione popolare. Ed è iniziato il fuoco di fila, in particolare di Pd e M5s, secondo cui di fronte a una bocciatura referendaria Giorgia Meloni dovrebbe dimettersi. Ai piani alti del governo, però, assicurano che la premier non ha timore di un referendum, possibile non prima del 2025. Anzi, è il ragionamento di fonti qualificate, «magari si arrivasse a quel punto, vogliamo vedere il suicidio delle opposizioni che chiederanno ai cittadini: "vi piacerebbe non contare nulla? "».

«Una riforma costituzionale imposta dal governo al Parlamento e ai cittadini che poi viene respinta dagli italiani obbliga il governo a lasciare», è sicuro Francesco Boccia, presidente dei Senatori Pd, e Giuseppe Conte non la pensa diversamente: «Nonostante Meloni abbia messo le mani avanti – spiega il leader del M5s – io credo che se andasse al referendum e perdesse dovrebbe necessariamente trarne le conseguenze».

La tesi dell'esecutivo è quella espressa da Calderoli sul Corriere della sera: «Il popolo darà il consenso», mentre «le opposizioni, prima ancora di leggere il testo, hanno annunciato i comitati del no». L'ossatura della riforma è «grosso modo intoccabile», spiegano fonti di governo, a partire dall'elezione diretta del capo del governo. Fra i meloniani c'è la convinzione che il testo, varato venerdì dal Cdm e presentato dalla premier e della ministra per le Riforme Elisabetta Casellati, rappresenti un compromesso alla luce dei confronti dei mesi scorsi con le opposizioni. «Invitiamo le opposizioni a scendere dalle barricate ideologiche e a confrontarsi», è la sintesi del leader di Noi moderati, Maurizio Lupi. Chi dice che si indebolisce il capo dello Stato fa «una strumentalizzazione inutile, lo dice sapendo di mentire», ha ribattuto Casellati alle critiche ricorrenti nei partiti di minoranza, e confermando che è già in via di «elaborazione» la legge elettorale, con un premio di maggioranza fino al 55% dei seggi che «significa dare un criterio di governabilità» . —