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«Sul dolore la sapevano lunga, gli antichi Maestri»: lo scrive, in una sua poesia, Wystan Hugh Auden. Sentendo ieri, nell'aula Scarpa dell'ateneo, la presentazione alla città di Anthropos, il progetto di Museo della storia della Medicina che prenderà casa a Palazzo Botta, accanto a Kosmos, il pensiero corre a tutte le figure che, operando a Pavia, hanno lasciato il segno nella scienza medica degli ultimi secoli. La sapevano lunga, gli antichi Maestri, perché, nell'esplorare il corpo umano e nel fronteggiarne malattie e fragilità, erano consapevoli di non sapere. Dunque, instancabili non nel collezionare risposte definitive e tronfie certezze ma nell'inseguire domande. Con metodo e rigore. Aperti al confronto, in ascolto del dubbio, rigorosi nella verifica dei risultati.Forse è proprio per questo che Anthropos, presentato a un pubblico che ha dato volto al meglio che la città esprime, non sarà un pantheon di mostri sacri della scienza medica. Tanto meno rischia di essere una galleria di reperti che, per quanto preziosi e illuminanti, non possono certo pretendere di esaurire una narrazione complessa quale l'esplorazione scientifica di quell'universo vertiginoso che è il corpo umano. Dopo l'introduzione del rettore, su una realizzazione quanto mai incisiva sulla futura connotazione della presenza universitaria nel contesto pavese, Paolo Mazzarello, coordinatore del comitato scientifico, ha delineato la mappa tematica di questo museo che darà finalmente ulteriore concretezza e forza a quella "Pavia dei saperi" tante volte vagheggiata. E assai poco perseguita. Soprattutto da chi avrebbe dovuto e dovrebbe governare un'offerta culturale duratura, non effimera, rivolta non solo al territorio ma a tutto quel contesto metropolitano lombardo di cui siamo parte. Mazzarello ha spiegato come Anthropos affronterà la sfida di raccontare la scienza medica in modi che hanno assai poco in comune con le tradizionali rassegne museali. In una scommessa che ne farà un riferimento significativo a livello nazionale, Anthropos si presenterà con un approccio tematico duttile nell'esporre e una narrazione stimolante la riflessione in ogni tipo di visitatore. Dal comune cittadino agli studenti di medicina sino al pubblico dei più piccoli. Ovvero quelle generazioni più giovani che negli ultimi anni sono stati artefici del successo di Kosmos e delle sue rassegne sul mondo della natura (oltre 60mila presenze, nonostante l'imperversare della pandemia).Anthropos mira, dunque, a una riflessione alta ed essenziale al tempo stesso: feconda perché imperniata sulle grandi domande che hanno scandito l'evoluzione dell'arte medica e sagace perché si dirama lungo le risposte e le reti interpretative e di conoscenza che ne sono scaturite. Farà così emergere quella morfologia di saperi e pratiche, quell'albero di conoscenze in dialogo e in evoluzione che è in continua crescita e accompagna, in ogni tratto, la nostra vita quotidiana. L'appello dell'ateneo affinché Anthropos, sin dalla sua progettazione e realizzazione, sia sentito dall'intera comunità pavese come un apporto fondamentale alla sua futura connotazione civile e culturale, è netto e coraggioso. Affronta antichi tabù che, a lungo, hanno fatto dei "territori accademici", quelli che insistono su gran parte della città e che sono stati efficacemente recuperati e valorizzati proprio per le attività universitarie che vi si svolgono, quasi dei mondi a sé. Percepiti dalla cittadinanza come realtà distaccate, quasi inaccessibili e non invece come preziose opportunità offerte a tutti i cittadini. Anthropos offre l'occasione di un radicale girare pagina e su un tema oggi cruciale quale sanità e salute. Conduce dunque verso un altro tempo. Ovvero, come diceva sempre W. H. Auden, verso «altre vite da vivere». Per noi e per le nostre comunità. --