Oltre 200 famiglie israeliane con la vita sospesa, speranzosa di riabbracciare presto, sani e salvi, i loro cari, figli, madri, persino nonni, nelle mani di Hamas. Finora da Gaza è arrivato un unico segnale, il video di Mia Shem, la 21enne franco-israeliana ferita e rapita mentre tornava dal rave di Reim con un amico, Elia Toledano, di cui da quel giorno si sono perse le tracce. Non è chiaro se le immagini di Mia che, provata e impaurita, chiede aiuto siano l'ennesimo video di «terrorismo psicologico» come sostiene l'esercito israeliano, o il tentativo di aprire un canale. Ma le famiglie ora vogliono sapere «qual è il prezzo di Hamas» per riportare gli ostaggi a casa. A spiegarlo all'ANSA è Yaakov Peri, ex capo dello Shin Bet tra la fine degli anni '80 e i primi '90 e membro del team di negoziatori del Forum delle famiglie degli ostaggi e dei dispersi, l'associazione creata subito dopo il rastrellamento nei kibbutz per tenere accesi i riflettori sugli ostaggi. «Noi abbiamo chiesto dei corridoi per riportarli a casa», in particolare i bambini, gli anziani e le ragazze come Mia. Il team non ha proposto una sua contropartita: «Tocca ad Hamas dire che sono pronti e qual è il prezzo, poi negozieremo. Ma non abbiamo ancora ricevuto risposta». Qualcuno in Israele pensa che basterebbe svuotare le carceri dai detenuti palestinesi per riavere indietro almeno i civili israeliani. Ma questo, ha spiegato Peri, «non è il messaggio di Hamas. Questo è un messaggio dei media». I negoziati dunque proseguono anche con la mediazione di altri Paesi come la Turchia e la Francia, che nell'attacco di Hamas conta 21 morti e 11 dispersi, presumibilmente rapiti, con la doppia nazionalità come Mia. —