Il male e la violenza che stanno pervadendo più che mai il mondo, e colpiscono in modo così barbaro e ignobile innocenti e inermi, stendono un velo angosciante su questi giorni. È una percezione - di interrogativi sul presente, di domande sul futuro - che non esclude nessuno. Neppure coloro che sembrano poter trasformare tutto in una partita fra tifoserie contrapposte. Quasi che il nostro stare al mondo sia un sedersi sugli spalti, guardare lo spettacolo delle tragedie altrui, scegliere per che squadra tenere.
È un insensato tifoseggiare sull'orrore e sul dolore altrui che pare ignorare un dato fondamentale. Costituito dallo sprofondamento barbarico che avviene ogni volta che si calpesta quella fondamentale acquisizione di civiltà, sancita dal diritto internazionale, che impone, anche nel conflitto più violento, anche nelle contrapposizioni più asimmetriche, di distinguere tra civili, proteggendoli in ogni modo dal furore e dalla furia bellica, e le forze combattenti. Tra obiettivi civili e obiettivi militari.
È una notazione, questa, fatta propria in questi giorni, assieme ad altri punti, tutti condivisibili, da David Grossman, lo scrittore che ha dato voce all'attuale e doloroso comune sentire della stragrande maggioranza degli israeliani. Cittadini di un Israele che ha pieno diritto di esistere e non può essere cancellato e che rappresenta, pur guidato attualmente da una leadership sventurata e inaffidabile, l'unico Paese democratico dell'area medio-orientale.
Quando questa regola della protezione dalla furia bellica dei civili e degli inermi, regola che ovviamente vale anche per la popolazione palestinese assediata a Gaza, viene calpestata, in qualsiasi contesto e modalità, tutta la storia umana scivola all'indietro. Va verso epoche che sembravano appartenere al passato.
Non solo: quando questo accade, scende anche su di noi, seppur non toccati direttamente dalle tragedie in corso, una penombra che rischia di far smarrire il senso del cammino comune.
Questo sconfortato smarrimento finisce silenziosamente col dominare le giornate di questa ingannevole ottobrata in maschera estiva che ricorderemo a lungo. L'eco del male che opera nel mondo sottrae luce e certezze nel raggiungerci. Incide persino nel gusto di godere quietamente dei nostri affetti, dello stare dentro le nostre quotidianità, qualunque siano i problemi grandi e piccoli che le occupano e ci preoccupano.
Se attingiamo alle pagine che, sotto ogni cielo, ha lasciato chi ha attraversato simili terribili stagioni di un oscurarsi del vivere civile - fossero quelle di un romanzo-mondo quale "Vita e destino" di un Vasilij Grosman, voce di verità nell'universo menzognero staliniano, o i diari di una Etty Hillesum sotto la sferza nazista - sa che a questa sottrazione di luce e di senso bisogna opporre immediati e solidi antidoti.
Innanzitutto, occorre amare ancora di più la vita, e le persone amate. In aggiunta non guasta l'esercizio di accogliere con sguardo benevolente, e sorridente, tutte le creature che abbiamo attorno e che, da qualche tempo in qua, semb rano avere un ronzio molesto e frastornante in testa. Qualcosa che le sembra tenere perennemente inquiete e agitate, infelici del presente e angosciate del futuro.
Ma, al di là di questo, il male che vuole mettere la retromarcia alla civiltà umana si fronteggia facendo la nostra parte da cittadini. Qui e ora. Nelle nostre città e nei nostri territori. Uscendo dalla polverizzazione individualistica, dalla cittadinanza da tastiera. Tornando a metterci faccia, tempo e capacità, nel fronteggiare - in un impegno che non escluda nessuno - i nodi cruciali del vivere comune. C'è stato un tempo, forse breve, in cui tutto questo era ovvio e scontato. Davanti alla burrasca che sta arrivando, perché non riprovarci? —