Peste suina, la crisi degli allevamenti «Ancora 15 giorni poi qui si fallisce»
ZINASCO Ci sono ancora 15 giorni di tempo, poi, per i 54 allevamenti di suini della provincia di Pavia sarà rischio default. Perché ai costi di gestione vanno aggiunte anche le spese per lo smaltimento delle carcasse dei maiali morti, che vanno da 200 a mille euro per ciascun servizio di trasporto, e quelle per l'innalzamento delle misure di biosicurezza, a fronte di nessuna entrata economica.RESTRIZIONINell'intero territorio provinciale sono infatti in vigore le restrizioni imposte dalle zone di protezione e sorveglianza che bloccano la movimentazione e quindi la vendita degli animali. Una definizione geografica individuata dall'Unione Europea che sta penalizzando gli allevatori, disperati per una situazione in stallo da 40 giorni, tanto che l'eurodeputato Angelo Ciocca ha già presentato un'interrogazione a Bruxelles per chiedere quali risorse si intenda mettere in campo per evitare il fallimento del settore. È infatti anche la questione indennizzi a preoccupare gli allevatori della provincia di Pavia, esclusi dal decreto firmato dal ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida che stanzia 19 milioni per sostenere la filiera suinicola colpita dalla peste suina, ma solo per il periodo dal 1° luglio 2022 al 31 luglio 2023. «Non possiamo contare su queste risorse e non abbiamo notizie circa la previsione di nuovi sostegni. Senza risposte immediate si rischia il fallimento di tante aziende, finora di punta nel comparto agricolo pavese, con gravi ripercussioni su tutto l'indotto e perdita di posti di lavoro», spiega Carlo Emilio Zucchella, presidente di Cia Agricoltori Italiani Pavia.L'INCONTROL'associazione ieri ha incontrato la prefetta Francesca De Carlini per chiedere un tavolo di confronto su una tema che richiede risposte urgenti. C'è un problema di sovraffollamento degli allevamenti, mentre sulla gestione dei liquami, per i quali finora è stato vietato lo spandimento, un protocollo firmato ieri stabilisce la possibilità di sversarli solo all'interno della zona di sorveglianza.Un maiale da ingrasso (il cui peso varia da 160 a 180 Kg), nel tariffario attuale, ha un costo di 2,15 euro al chilo e viene venduto a 2,31, prezzo che sale a 2,50 perché gli allevamenti sono inseriti nel circuito del prosciutto di Parma. In provincia di Pavia si producono alla settimana circa 4mila suini da macello, 30 camion a rimorchio che ne contengono 135 ciascuno. Cresce quindi il grado di sovraffollamento e la produzione di liquami. «L'esaurimento degli spazi - spiegano da Cia - sta spingendo alcuni allevatori a collocare gli animali in zone non idonee compromettendo le misure di sicurezza». Cia chiede di dare priorità alla gestione dei maiali da ingrasso lavorando sullo smaltimento degli animali pronti, per evitare il collasso.Fondamentale il coinvolgimento di macelli designati in grado di prendere in carico la produzione di Pavia. «Tra gli allevatori dilagano rabbia e sconforto - spiega Zucchella -. Gli allevamenti subiscono il sovraffollamento, le misure di biosicurezza rischiano di essere vanificate. L'impressione è che la sola applicazione delle restrizioni possa aggravare il rischio di contaminazione anziché contrastarlo». «La provincia di Pavia è una delle aree suinicole più importanti con 4,1 milioni di maiali su un totale di 8,7 milioni in Italia - sottolinea Ciocca -. La decisione della Commissione europea di istituire una delimitazione geografica e non sanitaria ha quindi un impatto significativo su un settore con 40mila posti di lavoro. Ha portato a gravi conseguenze per gli allevatori locali, tra cui il blocco delle vendite e l'impossibilità di spostare gli animali, causando sovraffollamento e un aumento dei costi. Ho chiesto come la Ue intenda sostenere le autorità nazionali nella gestione degli allevamenti, facilitando l'identificazione e lo spostamento verso i macelli e quali risorse intenda erogare». Preoccupati anche i sindaci. Il consigliere provinciale Elio Grossi (sindaco di S. Cristina) parla di «emergenza igienico sanitaria legata allo smaltimento dei liquami». «La situazione è insostenibile - spiega -. Ho chiesto ad Ats, che si è rivolta all'Istituto zooprofilattico di Perugia, di valutare la possibilità, negli allevamenti non contagiati, di smaltirli, per assicurare agli animali di stare in un luogo sano e ai cittadini di non sopportare i miasmi». --Stefania Prato