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Maria Fiore/pavia«Siamo di fronte a un'emergenza vera». E per una volta tutti sono d'accordo: chi amministra la città, chi opera nel sociale e gli investigatori. L'ultima aggressione a un ragazzo di 14 anni, pestato dal branco in pieno centro e finito in ospedale con una prognosi di 30 giorni, è solo la punta dell'iceberg: il fenomeno delle baby gang e della violenza giovanile, presente anche in altre città, a Pavia sta assumendo contorni che preoccupano. Le associazioni che si occupano di minori parlano di un «aumento del disagio tra gli adolescenti, che arrivano a commettere veri e propri crimini». Ma chi sono questi ragazzi? Dove abitano? Una mappatura è possibile attraverso il lavoro delle associazioni e gli interventi delle forze dell'ordine, che hanno identificato finora una trentina di ragazzi, di età compresa tra i 13 e i 17 anni, e almeno una decina di gruppi diversi, spesso scollegati tra loro pur condividendo gli stessi comportamenti e codici, come la musica che ascoltano e il modo di vestirsi. Arrivano per lo più dalla periferia della città, dai quartieri Crosione, Pellizza, Vallone e Scala.dalla periferia in centroI luoghi di ritrovo sono diversi. «A volte - spiega un investigatore - li rintracciamo nei quartieri, vicino alle abitazioni di alcuni, dove passano ore». Ma più spesso dalla periferia, che non offre alcuna attività di svago, i giovani si muovono a gruppi in centro. Nel fine settimana è facile vederli tra piazza del Lino e il ponte coperto, soprattutto in via Varese, dove c'è il supermercato Pam. Durante la settimana si ritrovano, invece, di frequente in viale Cesare Battisti, a volte di mattina, quando dovrebbero essere a scuola. In comune tra i gruppi c'è il modo di agire. Comportamenti che hanno il bullismo come elemento di sfondo e la commissione di reati come tratto distintivo. Spesso arrivano a commettere rapine ai coetanei (sui cellulari rubati c'è un vero e proprio mercato nero), ma a volte sono protagonisti di atti di violenza fine a se stessa, come è successo con lo studente di 14 anni. Molti di loro hanno nomi italiani e cognomi stranieri, ma famiglie alle spalle che vivono in provincia di Pavia ormai da anni. «Ogni banda ha un suo leader, un giovane più carismatico che si trascina dietro gli altri», spiega ancora l'investigatore. Come il "biondino" dai capelli lunghi riconosciuto da tante giovani vittime negli album fotografici composti dalle forze dell'ordine attraverso mesi di denunce.il messaggio del vescovoSull'aggressione al 14enne è intervenuto anche il vescovo di Pavia, Corrado Sanguineti: «È fondamentale che le indagini ricostruiscano i fatti e che si parli di sicurezza in città, ma credo ci voglia anche una risposta dal punto di vista educativo. Esprimo come vescovo una particolare vicinanza al ragazzo e alla sua famiglia - ha aggiunto -. È ora più che mai necessario che noi adulti ci poniamo alcune domande: che cosa trasmettiamo e cosa comunichiamo ai nostri figli? Credo sia importante lasciarci inquietare da questi fatti e cercare di promuovere un'alleanza educativa tra famiglie, scuole, oratori e comunità cristiane».le associazioniA parte il lavoro delle forze dell'ordine (questi ragazzi sono stati quasi tutti denunciati e sei ad aprile sono stati arrestati) in città ci sono diverse associazioni che si occupano di adolescenti. «L'aggressione al 14enne è un fatto gravissimo, che conferma un quadro esploso soprattutto dopo il Covid - dice Riccardo Audasio, direttore generale del Csf, Centro servizi formazione di Pavia -. Il Csf ha in corso due progetti: uno si rivolge a minori che stanno affrontando procedimenti giudiziari e che vede al momento 8 minori coinvolti e l'altro che riguarda invece la prevenzione, cioè cosa si può fare prima. E infatti si chiama "Prima che": è attivo, 24 ore su 24, il numero verde 800910200 a cui risponde un operatore pronto ad ascoltare. Serve solo per agganciare questi ragazzi. In alcuni casi si riesce a far partire un percorso, che spesso richiede un intervento clinico. Stiamo anche diffondendo un questionario nelle scuole sullo stato di benessere dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni».il coinvolgimento delle famiglieManuela Cibellis, educatrice e criminologa, e il collega Alberto Portalupi si occupano del primo progetto, che si chiama Officina Pavese 23 e gestisce il "dopo", rivolgendosi a minori sottoposti a procedimenti dell'autorità giudiziaria. «Seguiamo i giovani ma anche le loro famiglie, perché prima di chiamare in causa la società e la scuola riteniamo fondamentale chiamare la famiglia a un senso di responsabilità. Lavoriamo anche con loro, quindi, perché non si minimizzi la gravità del gesto e perché si prenda in considerazione il danno che si fa alle vittime. L'obiettivo del progetto è la prevenzione della recidiva: i ragazzi non devono più trovarsi in queste situazioni e capire che si sta parlando di un reato, non di uno sbaglio. Mettere al centro la vittima è il primo passo». --