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Che la sanità non sia in buona salute è sotto gli occhi di tutti.Non accade solo in Italia. Basta sfogliare la stampa internazionale di quest'ultima settimana ed ecco che il ginevrino "Les Temps" ci aggiorna sulla fuga degli infermieri dagli ospedali elvetici: ovvero proprio dove, negli ultimi tempi, si sono incamminati, attratti dalla retribuzione, anche non pochi giovani appena usciti dai nostri corsi di infermieristica. Dagli ospedali della Confederazione se ne vanno perché, seppur con salari significativamente più alti, il peso lavorativo che grava su di loro, almeno così come è andato a organizzarsi il modello ospedaliero svizzero, si sta facendo insostenibile. Tale da indurre al "burn out", ovvero allo stress lavorativo indotto da un contesto organizzativo e da crescente gravezza dei compiti professionali e delle complessità relazionali, sconosciute in passato.Se si passa poi ai resoconti che arrivano da Francia e Regno Unito e Germania sullo stato della sanità pubblica nei rispettivi paesi è una rassegna di magagne, una sfilata di scenari insostenibili, un allertare su crepe e sismi che stanno per terremotare ogni spicchio dell'assistenza medica.Di certo sotto ogni cielo il modello di sanità con cui abbiamo convissuto in questa fettina di millennio, e soprattutto a partire dalla grande pandemia mondiale che abbiamo attraversato, sta esibendo sintomi di un crescente malessere. Così grave da richiedere una diagnosi ponderata e lungimirante. Da costruire sul dialogo tra coloro che nella sanità ci operano e ci lavorano, le rappresentanze territoriali e i "decisori" politici. Indotti questi ultimi spesso a decidere, sia a livello nazionale sia regionale, imprimendo svolte o difendendo lo status quo, in base alle contingenze politiche e ai sondaggi elettorali. A volte le scelte sembrano andare incontro alle nuove esigenze espresse dai cittadini. Ad esempio, con le Case di Comunità, strutture che dovrebbero riportare efficacemente sul territorio lombardo un servizio sanitario altrimenti in progressiva latitanza. Però non basta piantare mattoni e ristrutturare edifici alla bisogna perché dette Case di Comunità svolgano il ruolo loro assegnato. Occorre che ci vengano messe effettivamente e stabilmente al lavoro tutte le professionalità necessarie. E questo - essendo assai corta la coperta delle risorse e delle professionalità disponibili - almeno sul nostro territorio, come qui si è detto più volte, non sta accadendo. I consiglieri regionali eletti in Lomellina, Oltrepò e Pavese, non hanno nulla da dire al riguardo? A loro va bene che prefigurando sul territorio nuovi presidi quali le Case di Comunità si sfilino, al tempo stesso, dagli stessi luoghi attività quanto mai significative e apprezzate dai cittadini? Questo è esattamente quanto sta accadendo nell'Oltrepò orientale, dove il sorgere a Broni della Casa di Comunità è temporalmente contiguo alla chiusura del Punto nascite presso l'ospedale di Stradella. Una scelta abbracciata dall'ASST dopo un tira e molla, e ripetute interruzioni di attività per mancanza di personale, durato quasi due anni. Ora l'ASST giustifica la sua decisione col fatto che i numeri di accesso al punto nascite stradellino, negli ultimi tempi, sono stati bassi. È un ragionamento "circolare" che non porta da nessuna parte. Visto che - come fa notare la petizione contro la chiusura sottoscritta da oltre un migliaio di cittadini - il numero degli accessi è stato basso anche perché il servizio del punto nascite stradellino è stato a lungo sospeso. Forse è tempo di uscire da questo corto circuito sterile e che Regione Lombardia ascolti in modo diretto e franco questi territori. In attesa che anche gli eletti in Regione, silenti anche se radicati a questi luoghi, facciano sentire la loro voce. --