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Il Congresso spagnolo boccia il leader del Partito popolare, Alberto Nunez Feijòo, che ottiene solo 172 voti, 4 in meno di quelli necessari per diventare presidente del governo. O meglio, l'Aula lo rimanda al prossimo voto, quello di venerdì, quando all'ex governatore della Galizia basterebbe la maggioranza relativa per conquistare la Moncloa. Tuttavia, anche visto il clima di tensione di ieri, molti osservatori ritengono che Feijòo non ce la farà, stavolta in modo definitivo. Un esito ampiamente previsto, tutto sommato anche da Feijòo stesso. In aula è sembrato chiaro come il suo vero obiettivo non fosse quello di diventare premier, impresa quasi impossibile con i numeri usciti dalle urne, quanto attaccare il Psoe, denunciare le sue aperture nei confronti dell'amnistia ai separatisti catalani e consolidare la sua leadership interna al partito. In totale sintonia con quanto accaduto martedì, la seduta di ieri è stata segnata dalla tensione tra il leader dei popolari e il premier in carica, Pedro Sanchez. Feijòò, invece di cercare di allargare la sua risicata base elettorale, ha inasprito i toni con i suoi potenziali alleati. In particolare, ha polemizzato duramente con i nazionalisti baschi del Pnv, alienandosi definitivamente la possibilità di conquistarne i 5 preziosissimi voti. Quindi, nel suo appello al voto finale, è tornato a provocare Sanchez: «Ringrazio tutti quelli che hanno espresso le loro idee, rispetto tutti tranne uno, Sanchez, che ha deciso di scappare, di non parlare, ha preferito non dire la verità sui suoi negoziati e chi tace acconsente». Imperturbabile, il leader socialista ha ascoltato queste parole nei pochi minuti in cui è stato in aula, appena prima del voto finale. Per tutto il resto del dibattito si è assentato, rendendo ancora più plateale la sua strategia: ignorare Feijòo, lasciarlo cuocere nel suo brodo, evitare ogni polemica diretta e assistere impassibile al suo fallimento. Lasciando l'aula, a piedi, circondato dai suoi, Feijòo ha esaltato l'unità e la forza del suo partito. --