Senza Titolo

Mi piace ascoltare, e leggere, i ricordi degli altri. Quando penso all'arte del ricordare, facendo spazio agli altri e tacitando ogni io petulante, vado subito ai racconti di Cechov. Alle pagine di un Meneghello, a "Il mondo di ieri" rievocato da uno Stefan Zweig, alla sobrietà storiografica di un Claudio Pavone. L'arte del ricordare, quando poi si china su realtà a noi vicine, è fondamentale nel tessere legami preziosi dentro la comunità. Getta un ponte tra generazioni. Aiuta a capire chi siamo e dove stiamo andando. Lo fa proprio attraverso la "restituzione" di mondi, luoghi e momenti che abbiamo attraversato. Penso alle cose scritte da un Dante Zanetti, da un Italo Pietra, da un Clemente Ferrario, da un Cesare Angelini.A proposito di monsignor Angelini: mercoledì 27 settembre è l'anniversario della sua dipartita. Sarebbe bello, as usual, andarlo a trovare dove riposa, nel cimiterino di Torre d'Isola. Andarlo a salutare, prima che scenda il buio, con in tasca una pagina sua. Da leggere lì, ad alta voce, per quei quattro gatti che verranno. Perché, si sa, la parola riempie ogni assenza ("Word will link/ the broken chain/ as one by one/ we meet again": sì, è così, lo sento). Se poi la parola si mette fecondamente al servizio di ricordi imperniati su uno snodo cruciale della comunità, come il nostro antico ospedale, il Policlinico San Matteo, ecco allora che può accadere altro ancora.Può ad esempio venire alla luce un gioiellino come "Anni '60 e dintorni, al San Matteo", un "memoir" recentissimo scritto dal medico Paolo Bottoni, attualmente presidente della Croce Verde di Pavia (e lì, se volete sostenere la Croce Verde, lo potete trovare, a offerta, pubblicato da Pime editrice). Bottoni, una lunga traversata professionale al San Matteo e altro ancora, nella sua vivacissima ricostruzione della vita e dell'attività quotidiana, negli scorsi decenni, dentro i padiglioni del vecchio Policlinico, fa rivivere un intero mondo. Da collegare a quello presente, in cui decolla il nuovo campus di medicina, si progetta Anthropos e il Policlinico ridisegna ambiziosamente il suo ruolo strategico nella sanità lombarda. Nel libro di Bottoni sfilano i volti e le storie trascorse degli ultimi grandi "baroni" della medicina, da Introzzi a Pellegrini, da Storti a Bernasconi e a Malamani. Avanza la pattuglia dei leggendari chirurghi, da Donati a Tinozzi. Poi la ribalta è presa dai Rondanelli, dai Burgio, dai Viganò. Quindi giungono gli ultimi mattatori di una significativa stagione del San Matteo che infine, sotto la regia di Azzaretti, cambia casa. Va al DEA.Grandezze e, anche, piccolezze di un mondo duro, competitivo, a volte feudale. Talvolta provinciale e persino comico (l'imbarazzo del grande chirurgo obbligato a operare, ma di nascosto, altrimenti lo viene a sapere la "Provincia Pavese", l'ernia inguinale strozzata della barboncina del grande ordinario di anatomia che ha fatto tremare generazioni di studenti ma che, per quella cagnolina, cara alla moglie, di cui è succube, implora, impone e ottiene il miglior bisturi sulla piazza). Libro di presenze saporose, affollate, dense. Riflessioni e comparazioni stimolanti su stagioni che si distanziano. Pagine, anche, di verità scomode. Su ciò che manca: "forse mancano i grandi maestri, quelli che ti trasmettevano passione e amore per il lavoro quotidiano in corsia"; su quanto frena: "la competizione con strutture private è oggi impari perché le figure mediche migliori sono attratte da fondazioni e università elitarie parallele, il che impoverisce facoltà e scuole di specialità pubbliche"; su quel che incombe: "la parcellizzazione della medicina in tanti rivoli specialistici che complicano la visuale... col pericolo di relegare il paziente a comprimario". Un libro, e dei ricordi, insomma, con cui fare i conti. --