Quand o cavalcava felice nei liberi campi dell'opposizione, Meloni giustamente tuonava contro l'uso sconsiderato dei decreti-legge con i quali i vari governi in carica evitavano il confronto con il Parlamento, cercavano di accorciare i tempi, inzeppavano i provvedimenti di misure le più diverse e strampalate.

E però, ora che al governo c'è Giorgia, il decreto-legge è diventato un marchio di fabbrica del destra-centro, quasi il tentativo di ovviare con un atto di imperio al bilancio di un anno non proprio soddisfacente, fatto più di promesse disattese che di misure efficaci: nonostante goda in Parlamento di una consistente maggioranza, Meloni ha già firmato ventisei decreti, dal maxi provvedimento di maggio su Cutro a quelli sul codice della strada e sui migranti, contro sei sole leggi ordinarie, dicono le statistiche. Magari bastasse un decreto a fermare gli immigrati o a sgonfiare il debito pubblico!

Record di numeri. E di anomalie. La prima è che nell'anno primo dell'era meloniana i decreti, che il Parlamento deve convertire entro sessanta giorni e che entrano in vigore dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, vengono emendati, o nel breve passaggio alle Camere o dal governo stesso: viene da pensare che ogni cambiamento nasconda una sconfessione. A volte è il governo stesso a ripensarci. Un pasticcio.

Un'altra stortura paradossale s'è vista proprio con la questione migranti. Le nuove norme approvate lunedì scorso sono finite nel decreto Sud, che però – come ha fatto notare l'attento Luigi Ferrarella sul "Corriere della Sera" – il Parlamento aveva già licenziato il 7 settembre. Com'è stato possibile? Dal momento che mancava ancora l'ultimo atto burocratico, la cosiddetta "bollinatura", cioè il timbro finale del Ragioniere generale dello Stato, il decreto non è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. E così il governo lo ha ritirato ma poi, dopo averlo inzeppato con le nuove norme sui migranti, lo ha ripresentato al Parlamento. Che fantasia!

Intendiamoci, la decretite è malattia assai contagiosa che ha colpito molti governi, ma stavolta si esagera. Anche perché numerosi "caveat" sono agli atti da tempo. Più volte il Quirinale e la Corte costituzionale sono stati costretti a ricordare che la Costituzione (art. 77) limita l'uso dei decreti ai casi di "necessità e urgenza", a invitare il governo a non riproporre decreti non approvati in tempo utile e a predisporre testi omogenei, cioè non salsicciotti di norme variegate per approvare le quali è indispensabile ricorrere al voto di fiducia. Con disprezzo totale del Parlamento e della necessità di confrontarsi su argomenti controversi.

È vero, questo è un Paese, anzi una Nazione, che spesso vive in stato di necessità, ma ventisei motivi di emergenza in pochi mesi, quasi uno a settimana, sembrano francamente troppi. Eppure, l'ultimo consiglio dei ministri ha annunciato nuovi provvedimenti: un altro decreto-legge. Che non basterà a raddrizzare il bilancio di una premier più abile a costruirsi una credibilità internazionale – salvo preferire la pizza a Biden: scelta politica o gaffe diplomatica? – che a fare i compiti a casa. —

Bruno Manfellotto