Oltre 25mila maiali da abbattere nel Pavese «Si rischia il tracollo dell'export italiano»
Il caso
ZINASCO
Oltre 25mila suini da abbattere, 12 allevamenti coinvolti perché nel raggio attorno a Zinasco, il centro dove è stato accertato il primo focolaio di peste suina africana in provincia di Pavia, 8 stabilimenti contagiati. Numeri che rischiano di crescere in una provincia dove si contano 222 aziende e circa 230mila maiali. Numeri che preoccupano il presidente nazionale dei suinicoltori di Confagricoltura, Rudy Milani, che parla di «momento particolarmente critico» e chiede ristori immediati che tengano conto anche dei danni indiretti.
«La Psa ha determinato un problema prettamente commerciale che non riguarda la salute umana – precisa –. In Romania, Paese dove la carne di cinghiale è molto presente nell'alimentazione, non esiste, nonostante l'elevata diffusione del virus, un problema di salute pubblica». Ma il virus è molto contagioso tra i maiali, ed è per questo che è stato deciso un abbattimento massiccio dei suini negli allevamenti raggiunti dalla malattia.
«Purtroppo la peste suina africana ha incominciato a circolare in modo incontrollato, obbligando, per motivi prudenziali, ad un'azione di depopolamento che sta riguardando gli allevamenti nei dintorni di Zinasco, all'interno di un perimetro di sicurezza definito con metodi di calcolo utilizzati in tutto il mondo – spiega il presidente dei suinicoltori di Confagricoltura -. Resta fermo il fatto che, nella zona a nord del Po, nell'Alto pavese, non abbiamo ritrovamenti di cinghiali infetti. Quindi è probabile che la malattia sia stata portata lì dall'uomo. Si tratta di un'ipotesi, in quanto saranno le autorità competenti ad accertare le modalità di trasmissione di un virus che si trasmette per contatto».
Il presidente Milani sottolinea come siano risultati negativi alla Psa tutti i cinghiali cacciati e le carcasse ritrovate in quella zona. «Non è da escludere la disattenzione di qualche operatore o residui di cibo infetto, magari proveniente dall'Est Europa, finito nel pasto del maiale – chiarisce Milani –. È quindi necessario osservare le regole di biosicurezza e prestare la massima attenzione in qualsiasi allevamento».
Rimane il fatto che il settore della suinicoltura rischia una paralisi commerciale, soprattutto verso l'estero. «La commercializzazione già ora è bloccata verso Cina e Giappone, ma è ancora possibile verso Stati Uniti e Canada, che limitano lo stop al commercio solo alle zone dove è stata accertata l'infezione – spiega Milani –. Ma la suinicoltura italiana è fortemente ancorata alle produzioni Dop e Igp di cui i prosciutti di Parma e San Daniele rappresentano gli attori principali, con una quota tra il 15 e il 20% esportata extra Ue. Perciò avere la Psa in casa e quindi interdire l'export verso Paesi extra Ue determina un serio problema commerciale, con numeri rilevanti».
Si stima che il settore debba rinunciare a 20 milioni al mese, «ma, se la situazione peggiora, si rischia il quadruplicarsi della perdita mensile». Senza dimenticare le ripercussioni sul consumatore finale. «È già in atto una contrazione del numero di suini allevati in Italia e in Europa, a causa dell'aumento dei costi delle materie prime ed energetici – precisa Milani –. Se si aggiunge anche la Psa, la produzione calerà e, di conseguenza, aumenteranno i prezzi al consumo».
Da qui la necessità di ristori immediati. «Vanno erogati ai proprietari dei suini e agli allevatori, ma vanno considerati anche i danni indiretti. Gli impianti biogas, ad esempio, vengono alimentati con i liquami», sostiene il presidente che poi, sul rimborso, per i capi soppressi, di 1,50-2 euro al chilo di carne, dice: «Le metodologie di calcolo per gli indennizzi hanno finora seguito una logica di prezzo di mercato. Il Ministero ha convocato a breve una riunione per affrontare anche questo tema. Lo Stato sta ora mettendo in campo azioni mirate che sembra vadano nella direzione giusta. La Psa era comparsa in Piemonte nel gennaio 2022 senza coinvolgere gli allevamenti professionali, è arrivata in Lombardia e, in seguito ad errori commessi, è entrata negli allevamenti. Il numero di cinghiali, vettore primario per la trasmissione del virus, va ridotto in fretta». —
Stefania Prato
Stefania Prato