Vigevano

Riflessioni

dopo la tempesta

Non ero presente quando il nubifragio del 26 agosto si è riversato sulla nostra città. Ero lontano, ma è facile restare connessi e così ho vissuto quasi in diretta, con notizie e immagini, quel terribile, indimenticabile sabato pomeriggio di fine agosto. Ciò che ho trovato al mio ritorno in città è forse solo una parte, ancora spaventosa, di ciò che è successo: pioppeti spezzati come fiammiferi, alberi quasi secolari sradicati come fuscelli... e al loro posto un enorme vuoto, non solo fisico.

Lo sconforto. Dobbiamo rialzarci e reagire. Ma come?

Io non vorrei che un tarlo si insinuasse nelle menti annebbiate, quello stupido tarlo che vorrebbe suggerire che gli alberi sono pericolosi, e che quindi in futuro possiamo e dobbiamo farne a meno. Un'ipotesi del genere io non la voglio neppure prendere in considerazione. E così mi auguro che facciano i politici e gli amministratori.

Di certo vanno rivisti gli appalti sul verde, sulla qualità delle piante messe a dimora. Ad esempio, avete visto che pena il vialetto di ciliegi verso la Sforzesca? È fatto solo di alberelli malati e deperiti, a pochi anni dal loro impianto: ci stupiamo che siano quasi tutti morti o spezzati?

Oltre a questo, va ripensato (o meglio, va pensato da zero, per la prima volta dopo decenni) il verde urbano nella sua interezza. Quali e quante piante mettere a dimora, dove, quanto spazio concedere loro, anche e soprattutto là dove non si pensa che loro, le nostre alleate verdi, abbiano bisogno: le radici. Alberi con radici profonde, terra a disposizione e non catrame, potrebbero già essere due requisiti necessari e sufficienti a evitare che si ripeta uno scempio come quello che ci ha colpiti.

Mi auguro che gli uffici comunali e la politica si aprano a un confronto con i portatori di interesse, cioè chi si dedica per lavoro e per passione alla gestione della Natura, anche e soprattutto a beneficio dei cittadini.

E gli alberi morti di parchi e giardini, che cosa si pensa di farne? Non vorremo per caso regalare il nostro patrimonio arboreo ai tagliatori, vero? La prima proposta che mi viene in mente è di tagliarli in modo da creare delle semplici panche, magari già scortecciate, da posizionare nelle scuole e nei parchi pubblici. Ci vuole veramente poco e sono certo che bambini e ragazzi apprezzerebbero e li utilizzerebbero come e più delle costose panchine. E se poi volessero incidere i loro nomi... ben venga!

Perché gli alberi caduti in parchi e scuole pubbliche sono di tutti i vigevanesi, ricordiamocelo. Sono nostri, anche da morti.

Fausto Pistoja . Vigevano

Strade

Sp2, una provinciale

in condizioni al limite

Vorrei portare alla vostra attenzione lo stato della provinciale SP2 in entrambe le direzioni in particolare nel tratto tra Landriano e Vidigulfo.

Allego nel link sottostante girato dal passeggero mentre ero alla guida sul tratto stradale in oggetto.

Situazione traumatica, sicuramente all'armante, sopratutto in vista dell'arrivo dell'autunno con le prime piogge e nebbie.

L'invasione di camion, l'assenza di ciclabili e le buche anche profonde, stanno rendendo praticamente inagibile quel tratto che è in realtà una bretella importantissima di comunicazione tra le province nonchè una tratta battutissima dai mezzi pesanti e furgoni anche a causa dell'incontrollato aumento di logistiche nella zona.

Questo è un tentativo di aiuto tramite la vostra testata giornalistica per cercare di far leva sull'amministrazione provinciale e regionale, riguardo l'imbarazzante situazione dei tratti stradali pavesi, in particolare sul confine con Milano e Lodi.

Spero che questa mia segnalazione possa avere un riscontro o almeno un piano concreto e reale di risanamento della situazione stradale delle zone dentro e fuori Vidigulfo.

Matteo Pidalà . Carpiano

Dialetto

Ricordando

le mondine

Al mes ad giügn i camp ieran pien d'acqua /

Mè zia la fasiva la mundina /

La partiva a cinc ùr a la matina /

Ieran tüt là in tal camp cun la vita piegà /

e i pe ieran gelà e la sutana l'era bagnà /

Ghera da rancà i piantin veg par rinuà /

Ma peu rivava al su par riscaldà / e dopu a tià sentivat cantà /

L'era un coro da armunia /

Ma ades at sentat di mutur che at fan gni surd.

Massimo Renati

Travacò Siccomario