Tasto rewind : nel 1994, alla festa dell'Unità a Bologna, in pieno trauma per la vittoria di Silvio Berlusconi (e che trauma), a un dibattito fu invitato nientemeno che Cesare Previti, allora ministro della Difesa. Il falco del "non faremo prigionieri".

E la presenza sul palco di "avversari" non fu un caso isolato, neanche nei lustri successivi. Si chiama "sfida": a casa tua discuti, litighi, inchiodi gli altri alle proprie responsabilità. Non ti chiudi nel recinto e offri una prospettiva alternativa che parli al paese.

Tasto forward : ieri sera, alla Festa nazionale dell'Unità di Ravenna, l'ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini si è invece confrontato con Laura Boldrini; la sera prima Zingaretti con Pina Picerno, Majorino con Nardella. Tutti dello stesso partito, nessuno dell'altro campo: atlantisti e pacifisti, quelli che "accogliamoli tutti" (i migranti) e quelli che "fermiamo gli sbarchi", mozione Schlein e mozione Bonaccini. Di fatto viene sancita l'idea, tutta autoreferenziale, di un partito come "confederazione di correnti", proprio nel momento in cui, con un governo di estrema destra che si cimenta con l'ambizione di durare nel tempo, è richiesto il massimo di apertura possibile.

Il principio guida sembra essere che discutere con gli altri, anche in modo aspro, sia sinonimo di "inciucio" o di cedimento morale. E che l'identità si rafforza in un dibattito "fra noantri", che riproduce la logica dei gruppi chiusi sui social.

Le prime "impressioni di settembre" rivelano così una doppia fragilità. E non è un caso che la partita sia tutta a destra tra Meloni e Salvini con Vannacci come comparsa. Non tra destra e sinistra.

La prima fragilità riguarda la leadership di Elly Schlein: proprio perché non ha messo in discussione il meccanismo correntizio fatale ai suoi predecessori, non ha la forza per quella sterzata radicale, discutibile o meno, che pur vorrebbe compiere, dall'Ucraina alle spese militari all'abrogazione del jobs act. Vorrei, ma non posso. La seconda attiene all'alternativa che non c'è, peraltro già praticata, quando c'era, con discreto insuccesso: anche i Cinque stelle sono un partito a vocazione minoritaria (anch'esso chiuso e con leadership debole). La difficoltà nel confronto sta proprio nel fatto che ognuno ha da salvaguardare un elemento identitario, che è il collante della minorità: per Conte la guerra, per il Pd il modus operandi correntizio. Non c'è uno che guidi veramente il processo, esercitando un'egemonia.

Non è un caso che il principale frenatore dell'ipotesi sia proprio Conte che a Ravenna si confronterà col leader della minoranza Stefano Bonaccini. Se fosse stato un vero inizio di percorso ci sarebbe stata Elly Schlein. Invece, al fondo, ognuno si vuole tenere le mani libere. E così, come scrive il Fatto, nemmeno a Foggia dove si voterà a breve dopo due anni di scioglimento del Consiglio comunale per mafia è stata preparata una proposta credibile. E rischia di vincere la destra. —