Senza Titolo
I romanzi di Roald Dahl e le statue dei Buddha abbattute dai talebani, il cartellino rosso al rap Eminem e le accuse a Cristoforo Colombo. Si può riunire tutto sotto il cappello comune della cancel culture? O il fenomeno - che viene amplificato e talvolta deformato dai media e dalla politica - è molto più ampio e complesso?Guido Bosticco, che studia il rapporto tra linguaggio e forme di potere e collabora con le Università di Pavia e Niccolò Cusano, sviscera la natura della cancel culture, che richiede più di un distinguo, in un volume di recente pubblicazione: La cancel culture nel discorso geopolitico contemporaneo (EdiCusano). «Non tutto può ricadere sotto questa etichetta - sostiene Bosticco - La cancel culture, e non sarebbe nemmeno il termine corretto, è un fenomeno che nasce negli Stati Uniti negli anni Duemila, a partire da gruppi di protesta che si organizzano sui social network attorno ai temi del razzismo e della discriminazione delle minoranze, le cui le radici si rintracciano nei movimenti di contestazione degli Afroamericani, sin dai primi decenni del Novecento. I movimenti di cancel culture chiedono un cambiamento concreto delle pratiche sociali, comunicative e politi-che nella società contemporanea, accusata di perpetuare una cultura razzista, sessista e incurante delle popolazioni oppresse. E sono, a tutti gli effetti, movimenti di attivisti per i diritti civili».Poi è accaduto che il dibattito scientifico è uscito dall'accademia e si è trasformato in dibattito politico. La destra se ne è appropriata e la sinistra ha colto l'occasione per farne una battaglia politica. Perché, in realtà, la risonanza mediatica della cancel culture è in grado di modificare la nostra percezione in molti ambiti. Il paradosso è che, pur uscendo spesso dai binari di un dialogo corretto, ha comunque eliminato per aggiungere, ha cancellato per riscrivere. «Ma il luogo della discussione non potrà continuare a essere quello dei social network e del circolo mediatico» ritiene Bosticco. Altrimenti, riflette, «sono in gioco la libertà individuale di scelta e la capacità collettiva di reazione al dominio del sistema di potere». --m.g.p.