Lo scomodo Ignazio
Francesco Olivo / RomaLo consideravano autorevole, ma ora è soprattutto ingombrante. Eppure lo devono tenere al suo posto. Inamovibile, ma sicuramente scomodo. Ignazio La Russa ne fa tante, troppe. Nel suo partito lo sanno e da tempo hanno organizzato una sorta di sistema d'emergenza che si attiva a ogni sparata del senatore. Per Giorgia Meloni, sin dai giorni della fondazione di Fratelli d'Italia, Ignazio è stata una guida utile e a tratti decisiva, apriva porte e all'occorrenza sapeva anche sbatterle, ma in questa fase la sua figura sta diventando, ad ascoltare il dibattito interno a FdI, più un problema che un sostegno. La questione La Russa è seria, anche perché, a differenza di ministri e sottosegretari, il presidente del Senato resterà tale per tutta la durata della legislatura, a modo suo. E il timore di molti in via della Scrofa è che il vero obiettivo delle inchieste su Daniela Santanchè possa essere proprio lui, da sempre legato alla ministra del Turismo, per motivi politici, professionali e anche di amicizia. La riunione con i legali dell'imprenditrice, nella quale il presidente del Senato avrebbe dispensato consigli sulla strategia legale, ma di fatto anche quella politica, rende manifesto un conflitto se non di interessi, per lo meno di ambiti. Giorgia Meloni lo sa e ha provato ancora una volta ad appellarsi al buon senso, se non alla disciplina istituzionale: «Non parlare più». Il riferimento è al caso giudiziario che coinvolge il figlio Leonardo Apache, quando La Russa ha, attraverso una nota, espresso dubbi sulla versione di una ragazza che ha denunciato lo stupro, avvenuto, secondo il racconto della giovane, nella casa del presidente del Senato. La premier si è alterata e ha preteso che si correggesse il tiro. Non è la prima volta e non sarà l'ultima. Ma La Russa è forse l'unico iscritto al suo partito davanti al quale la premier ha sovranità limitata. A ogni gaffe, nel partito corrisponde un'alzata di spalle, «sappiamo com'è fatto...». Ora, però, lo sguardo imbarazzato non basta più. Verso di lui il sentimento è sempre oscillato dall'affetto all'imbarazzo. Con una prevalenza del secondo, man mano che le figuracce aumentano. Nessuno osa attaccarlo in pubblico, ma la questione è ben presente negli sfoghi dei dirigenti. Meloni si è anche trovata costretta a censurarlo pubblicamente, quando lo scorso aprile, tra gli stand del Vinitaly, definì «sgrammaticatura istituzionale» le frasi in libertà sulla strage di via Rasella. Le posizioni su fascismo e Resistenza hanno costretto il partito e quindi di fatto anche Palazzo Chigi, a giocare in difesa per varie settimane, fino al 25 aprile, causando un danno d'immagine notevole. I molti interventi pubblici e privati hanno provato quello che La Russa ha detto sin dal giorno della sua (tormentata) elezione sullo scranno più alto di Palazzo Madama: «Non mi farò ingabbiare». E così è stato. La Russa si è occupato direttamente di molte vicende che hanno riguardato il partito, a partire dalle candidature alle Regionali e poi alle Comunali, specie nei territori dove ha esercitato da sempre il suo potere: Lombardia, Sicilia e Liguria. Negli ultimi anni La Russa, pur estraneo alla cosiddetta "generazione Atreju"" intorno alla quale Meloni ha costruito la sua leadership, è stata una pedina fondamentale. In particolare, è stato decisivo il rapporto con Sergio Mattarella e con Silvio Berlusconi. Con il presidente della Repubblica La Russa vantava buone relazioni, sono stati entrambi ministri della Difesa, un legame strategico visto che Fratelli d'Italia non ha votato per il presidente e spesso ne ha criticato apertamente l'operato. Ma l'alto patrocinio del Quirinale, ammesso che fosse tale, è venuto meno dopo la nomina a seconda carica dello Stato a forza di protocolli violati. Il Colle venerdì ha voluto smentire l'irritazione verso le condotte del presidente del Senato, ma è chiaro che tra la prima e la seconda carica dello Stato lo stile è troppo diverso per non risultare stonato. L'altro legame chiave per spiegare il ruolo di La Russa dentro Fratelli d'Italia è quello con Silvio Berlusconi. Quando c'era da fare pace, Meloni mandava lui ad Arcore. Giorgia strappava e Ignazio ricuciva. È andata così a lungo, e nemmeno il "vaffa" del Cavaliere nell'aula del Senato ha incrinato un rapporto consolidato. «Sono uno dei pochi usciti dal Pdl che lui non considerava un traditore»; racconta spesso lui, intrattenendo gli interlocutori con gustosi aneddoti, mai irriguardosi, ambientati nelle residenze di Berlusconi.Il potere gli derivava poi dall'innegabile capacità nelle trattative, nelle quali La Russa sa alternare momenti di amabilità a un tratto aggressivo, quasi brutale, finalizzato a piegare la controparte. Quando le vicende si complicavano, gli alleati non si piegavano o un candidato non si voleva ritirare, c'era Ignazio. Il problema, però, è che Ignazio c'è ancora sfidando apertamente l'etichetta istituzionale. Le cronache, ricche di testimoni, raccontano che il presidente del Senato è entrato in molte vicende locali, da Imperia alla Regione Lombardia, dove ha imposto un posto in giunta per il fratello Romano, creando forti malumori nel partito e nella coalizione. Insomma, non si è fatto ingabbiare, ma nella sua gabbia rischia di entrare tutto il partito. --© RIPRODUZIONE RISERVATA