Dopo sette anni di Brexit il 59% degli inglesi vuole rientrare nella Ue
Il 23 giugno 2016 gli inglesi con uno storico referendum scelsero la via della Brexit. La mattina seguente, quando venne annunciato l'esito dei risultati, era chiaro che gli avvertimenti sul danno economico che il divorzio avrebbe comportato non erano stati ascoltati. Allora, a pagare l'errore di comunicazione fu il primo ministro conservatore David Cameron, fervido oppositore all'uscita dall'Unione Europea, costretto a dimettersi.La propaganda dei brexiter, dai toni poco anglosassoni, era stata feroce. Avevano criticato gli avversari accusandoli di essere troppo pessimisti sul reale effetto dell'addio. Imbastendo l'intera campagna referendaria su una serie di falsità, compresa quella di una prossima invasione islamica. Martellando letteralmente, grazie ai media di parte, gli elettori con grossolane bugie. Hanno fatto leva sul nazionalismo e cavalcato il populismo, anticipando la scalata al successo di Trump negli Usa.Il cantore del divorzio, l'euroscettico Nigel Farage, oggi ammette pubblicamente il fallimento. Molto di quella vittoria si deve comunque a personalità emergenti del panorama politico come Boris Johnson e Michael Gove, che erano riusciti ad isolare Cameron nel partito Tories. Anche il leader laburista Jeremy Corbyn, all'opposizione tra i banchi di Westminster, ha avuto le sue colpe in quel triste passaggio storico, esprimendo una posizione poco chiara e talvolta persino ambigua.Sette anni dopo i danni provocati da quella decisione sono evidenti a tutti. Il debito pubblico del Regno Unito è oggi il più alto dal 1961. L'inflazione ha sforato il 6% salendo all'8,7% e gli interessi sul debito sforano di 700 milioni sterline le previsioni della legge di bilancio dello scorso marzo. Con la Banca d'Inghilterra costretta repentinamente ad aumentare ulteriormente i tassi di interesse. Ritrovandosi, ovviamente, subissata di critiche, in parte immotivate, avendo la crisi economica attuale, su cui indubbiamente hanno pesato fattori esterni come la pandemia e la guerra ucraina, profonde responsabilità che la politica vorrebbe scaricare su altri. E che sono invece riconducibili alla gestione di Theresa May, seguita da quella di Johnson, passata dal disastroso intermezzo di Liz Truss e infine approdata al governo di Rishi Sunak. Il cui destino a Downing street pare appeso ad un filo.I Gran Bretagna oggi l'inflazione ha praticamente divorato la metà dei redditi delle famiglie più esposte: ceto medio, giovani e pensionati. Che il rincaro dei prezzi ha fatto scivolare pericolosamente verso il limite della povertà. Sunak promette tagli alle tasse e incentivi, ma è poco credibile.Intanto, è diffusa l'opinione che sia solo una questione di tempo prima di tornare sui propri passi. Se si votasse di nuovo, sondaggi alla mano, il 59% dei cittadini britannici sarebbe favorevole a rientrare nell'Ue. Presa di coscienza che perseverare nell'errore è diabolico.Alfredo De GirolamoEnrico Catassi