Senza Titolo

Due giorni fa un importante quotidiano italiano ha dedicato circa mezza pagina ai supposti accordi che le forze politiche presenti in Parlamento starebbero mettendo a punto per abbassare la soglia di sbarramento alle elezioni Europee. Oggi, chi non raggiunge almeno il 4% rimane fuori, facendo di conseguenza lievitare il peso delle forze maggiori. Larga parte dei partiti di maggioranza e di opposizione sarebbe d'accordo, salvo alcune perplessità presenti all'interno del Pd. La scomparsa di Berlusconi sembra aver dato ulteriore impulso alla spinta proporzionalista, considerando che Fi - partito 'personalissimo' - non è in questa fase in grado di stimare il proprio peso in assenza del suo fondatore.Al di là dei calcoli e della probabile ulteriore atomizzazione della varie galassie, moderata, liberal, di sinistra, ambientalista ecc., il provvedimento in sé, sia sul piano teorico che su quello dei principi, offre molte giustificazioni, prima fra tutte l'idea che tutti i voti espressi pesano uguale, fuori da distorsioni maggioritarie e di coalizione. Ciò che tuttavia stupisce e preoccupa è la scelta dei tempi e delle priorità. La mia sensazione è che il Parlamento dovrebbe e potrebbe concentrare i suoi sforzi su tematiche più importanti. C'è una crisi climatica di proporzioni epocali che l'Italia deve affrontare; c'è il problema che resta comunque aperto della crisi energetica; c'è, a quanto si può capire, il tema del nostro apparato burocratico e amministrativo che si rivela - e non da quando c'è Meloni al governo - inadeguato; c'è anche l'altro guaio in mezzo all'Europa rappresentato dalla guerra russo-ucraina, rispetto al quale Italia ed Europa si sono mostrate del tutto impotenti; c'è quello di una sanità sempre più zoppicante ormai anche al nord; c'è il tema grande come una casa, delle migrazioni; e poi ci sono la scuola, i giovani, il cattivo lavoro, eccetera eccetera. E invece no, su queste cose non si trova un terreno condiviso, su queste non c'è segno di scambio, di dialogo, di gestione comune delle "sfide" del Paese, come amano chiamarle. Su queste cose non c'è nemmeno il senso dell'urgenza. Ci si divide e basta, e si procrastina. La condivisione, invece, si trova immediatamente sul tema dell'autoconservazione, in uno stile che il mio amico Ugo Pierri definisce "c...proprismo".La seconda riflessione è di conseguenza relativa alla distanza che si va creando fra loro, rappresentanti di quella che progressivamente sta diventando una minoranza che va a votare e la quasi maggioranza che non vota più, perché sente di non contare più. Stiamo cioè andando a tutta velocità verso la sostanziale fine della democrazia rappresentativa, ma "loro" pensano a come entrare a Strasburgo.Davvero non capiscono quello che sta accadendo e non capiscono soprattutto in quale contesto operano. Perché, ahimè, l'Italia è un'officina politica. Lo è sempre stata. Dalla fine dell'Ottocento a oggi abbiamo inventato, noi per primi, tutte, dico tutte, le forme della politica.Abbiamo sparato ai re, dato vita al fascismo, creato il più grande partito comunista dell'Occidente, inventato le Brigate Rosse, lo stragismo nero, la Lega, il partito personale, i movimenti populisti o meno, insomma tutto. Questi signori che teniamo là, loro dovrebbero guardarlo in faccia questo passato e provare a immaginare il futuro. Altro che abbassamento al 3% per salvarsi. E invece no, se ne stanno lì, come giocatori incalliti al tavolo verde, fino a che non si spegneranno le luci. --