Monica Naldoni
Inviato a FaenzaÈ la città di Gennaro Piscopo, 58 anni, ex restauratore. Dal 2 maggio, giorno della prima alluvione, trascorre «almeno 12 ore al giorno» sull'escavatore per liberare strade, abitazioni, aree giochi come quella del parco Liverani: «Così i bambini possono tornare a usare lo scivolo e non la pala». È la città di Maria Boschi, 83 anni, rimasta sola a combattere col disastro. Da due settimane pulisce il piano terra di casa sua, in via Zaccaria, dov'è tornata appena ha potuto. Acqua, fango e polvere intanto si erano presi tutto: la sua vita, i suoi ricordi, «e per poco anche mio marito, Primo. Ha avuto un malore, due giorni dopo quella notte orribile. È ancora ricoverato». È la città di Radouane Kibir, 36 anni, barbiere. Dopo anni da dipendente, a febbraio 2023 si è messo in proprio lungo corso Saffi, a due passi dal Ponte delle Grazie che fa ombra al Lamone. Il ponte è ancora chiuso, lui ha riaperto la serranda trenta giorni esatti dopo dall'alluvione: «In negozio non c'è più niente, taglio i capelli agli amici pur di ripartire». Faenza è la loro città, è di chi ogni giorno prova a rinascere. Gli altri l'hanno abbandonata. «Dopo le passerelle, i politici si sono dimenticati di noi», accusa Anna, 25 anni, studentessa. È seduta sui gradini del Duomo: «Si guardi intorno. Ma non qui davanti, che è tutto ripulito: vada in via Lapi e si chieda se cantare "Romagna Mia" possa bastare. Se volare qui sopra con la Von der Leyen possa bastare. Se temporeggiare sul commissario abbia senso, o forse serva fare qualcosa presto». Faenza è arrabbiata, delusa, ritirata in un silenzio operoso da ormai 33 giorni: tanti sono passati dall'alluvione e dall'esondazione del Lamone che l'hanno ricoperta di fango. In via Lapi il presidio della onlus "Gli amici di Paride" offre ancora pranzo e cena a chi una cucina non ce l'ha più. I negozi sono chiusi, portoni e finestre delle case al piano terra sono spalancati: «Non c'è più niente da portare via, solo lo scheletro di una vita domestica che ora non c'è più». Mario Zauli, 51 anni, sta spostando a mano pezzi di fango solidificato rimasti nel cortile del condominio: «Sono l'unico, ormai, che vive qui insieme ai miei genitori 90enni. Noi siamo al secondo piano, i più fortunati: casa è salva. Ma da allora sistemo ciò che è finito sott'acqua». Le scale, il cortile, il garage. La normalità: «È come l'orizzonte - racconta usando una metafora, forse figlia degli anni passati a Roma come sceneggiatore - più passi in avanti facciamo, più si allontana». Anche Monica Naldoni, 46 anni, scrive. Lo fa su un quaderno che tiene nella stanza da letto di quella che era casa sua, in via Fratelli Rosselli. Scrive per andare oltre quella notte, «per riuscire a tornare qui senza avere paura di riviverla». Era con suo figlio Federico, 22 anni, quando l'acqua del Lamone le ha riempito taverna, piano terra, parte del primo piano: «Abbiamo portato qualcosa al secondo piano, poi ho fermato mio figlio e gli ho detto: "Ora basta, salviamoci noi"». La scala appoggiata al tetto è ancora lì, sul balcone: «Gli altoparlanti, quella sera, andavano a scatti. Le uniche parole che si sentivano chiare erano "Piani alti". Ma sul tetto, per fortuna, non ci siamo dovuti salire». Prima di investire in elettricisti, operai, mobili, ha bisogno di sapere che tipo di aiuti immagina di offrirle il governo: «Tutto da sola, in anticipo, non posso farlo. E intanto vivo coi miei tre figli in una stanza a casa dei miei». Chi ha potuto investire subito è Sebastiano Caridi, che nel 2015 ha vinto il talent "Il più grande pasticcere d'Italia" su Rai2. Il suo è stato il primo negozio sommerso dal fango a riaprire, «grazie alla solidarietà di chi vive qui». Ogni macchinario costa decine di migliaia di euro: «Ho investito, ma debiti per altri milioni non posso permettermeli. È una vergogna che si siano dimenticati di noi. Fin qui non mi sono lamentato, ma siamo abbandonati: è inaccettabile». Appena fuori Faenza, lo scenario peggiora. Tra le colline, Modigliana e Brisighella si risvegliano soltanto adesso da un parziale isolamento. Sabato ha riaperto la strada che le collega, alcuni camion circolano, ma di turisti ancora nessuna traccia. E chi ha un campo fa la conta dei danni. Marco Pederzoli, 44 anni, è rimasto solo col padre Mario sul suo terreno appena fuori città. Sei ettari di kiwi, susine, uva, sono soffocati dal fango rimasto dopo che il torrente Marzeno ha straripato in quattro punti diversi: «Passeranno almeno tre anni prima di rivedere la frutta, qui. Abbiamo centinaia di migliaia di euro di danni e tutto quello che possiamo fare, ora, è ammucchiare il fango e i rami secchi». Suo padre, Mario, interviene: «Ma non sappiamo dove, quando e se qualcuno verrà a prenderseli. Non sappiamo niente, ci serve un commissario». Ivo Tedioli di ettari ne ha 25, a Brisighella, più in alto. Cinque sono andati persi per le frane e le esondazioni del Lamone: «Non ho bisogno della Meloni per risollevarmi. L'ho anche votata, sa? Ma adesso sta sbagliando, temporeggia troppo. Nessuno vuole che il governo ripaghi tutto ciò che abbiamo perso, nessuno vuole un bancomat, chi fa questo mestiere mette in conto le calamità. Però abbiamo bisogno che qualcuno pensi a come risolvere le situazioni straordinarie: io ora metto a posto i campi, butto via interi filari per lavorare in sicurezza, ma se nessuno sistema il letto del fiume al primo temporale perdo tutto un'altra volta». La sera il sindaco di Faenza, Massimo Isola, ripete lo stesso identico appello lanciato da un mese a questa parte: «Abbiamo bisogno di risorse e di un commissario. Ci serve un aiuto, dai pianti alti della politica, che finora non c'è stato». Alle 21 piazza della Libertà si riempie di cittadini. I volontari della Croce Rossa intrattengono i bambini. Faenza resta sospesa, prova a dimenticare l'ennesima giornata di lavori. --© RIPRODUZIONE RISERVATA