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Giuliano BalestreriIl boom dell'occupazione rilevato dall'Istat nasconde una triste e amara verità: il lavoro cresce perché costa poco ed è sottopagato. Peggio: la domanda di lavoratori da parte delle imprese è rivolta - quasi esclusivamente - verso personale non qualificato. La ricerca di impieghi per profili più strutturati è di fatto ancillare. Abbastanza per capire come mai la crescita del Pil passi quasi inosservata tra i lavoratori. «In Italia c'è un problema di redistribuzione della ricchezza» ha detto pochi giorni fa a La Stampa l'economista Tito Boeri e adesso lo conferma Banca d'Italia che nella sua relazione annuale lo ha messo nero su bianco: negli ultimi 3 anni sono aumentati i lavoratori, ma non i redditi che - invece - sono scesi. È questa l'unica motivazione per cui nel 2022 il reddito nominale disponibile delle famiglie è aumentato del 6,2 per cento a prezzi correnti. Inoltre, per effetto dell'inflazione il potere d'acquisto è calato dell'1,2% anche perché l'aumento è frutto di maggior «occupazione meno qualificata». D'altra parte dopo l'emergenza sanitaria da Covid che ha messo in pausa l'economia globale per diversi mesi, la ripresa è stata poderosa facendo aumentare il numero di occupati. La ripresa però ha innescato la corsa dell'inflazione e certo, come osserva la Banca d'Italia, «gli interventi governativi hanno sostenuto in misura più marcata i nuclei con redditi inferiori» i più esposti al consumo di beni energetici e alimentari, ma l'impatto dei prezzi è stato contenuto soprattutto grazie alla «ripresa dell'occupazione, che ha favorito i lavoratori meno qualificati e le loro famiglie, caratterizzate in media da bassi livelli di reddito: ciò è avvenuto nel 2021, ma presumibilmente anche nel 2022, quando è diminuita sia la quota di individui che vivono in nuclei senza occupati sia quella di persone appartenenti a famiglie con due o più adulti in cui vi è un solo lavoratore». Tradotto: «Il più marcato aumento dei redditi medi da lavoro nel primo quinto è dovuto principalmente al maggiore incremento del numero di occupati nei nuclei più poveri». Gli stessi che fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese. Nel dettaglio, rispetto al 2018 l'aumento per il primo quinto della popolazione - quello meno abbiente - è stato del 13%, come a dire che i redditi reali medi sono saliti maggiormente tra le famiglie collocate nei quinti più bassi della distribuzione della spesa, nonostante la più alta inflazione sopportata. Anche perché Banca d'Italia ha calcolato che il numero di occupati nei nuclei più poveri è passato a 1,12 a 1,23; un trend che non trova riscontro nei salari e nelle ore lavorate. «Senza il contributo delle retribuzioni degli individui che non erano occupati nel 2018 ma che hanno iniziato a lavorare negli anni successivi - prosegue Palazzo Koch -, nel 2021 i redditi da lavoro reali delle famiglie più povere si sarebbero ridotti dell'1,3 per cento, in misura simile a quelli delle famiglie più abbienti». In particolare sarebbe l'aumento del numero di posizioni attivate nei servizi «a basso valore aggiunto e nelle costruzioni» ad aver favorito i redditi di queste famiglie. Ma nonostante tutto, lo scorso anno, le fasce più deboli delle popolazione hanno registrato una fiammata dei prezzi del 17,9% contro il 9,9% del quinto più ricco. Insomma sul fronte dell'inflazione Banca d'Italia rileva come le difficoltà stiano aumentando le diseguaglianze tra i cittadini. E, a conti fatti, «l'alta inflazione e il forte calo dei prezzi delle attività» hanno ridotto la ricchezza finanziaria netta delle famiglie italiane di 693 miliardi di euro nel 2022. Con una maggiore incidenza per chi fatica ad arrivare a fine mese. Il risultato è che la spesa delle famiglie, invariata a quota 4,6%, è andata a pesare su chi non ha possibilità di sostituzione di beni o servizi. In base al paniere di acquisti, che secondo Istat ha una domanda meno elastica per chi è meno abbiente rispetto a chi ha più capacità di spesa, a rimetterci è la fascia più povera. --© RIPRODUZIONE RISERVATA