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Fabrizio GoriaSono sempre di più le nubi che si addensano sull'economia italiana. Dopo i moniti di Commissione Ue, Banca d'Italia e Fondo monetario internazionale ora è Confindustria a rimarcare come l'attività domestica stia crescendo a ritmi più moderati nel secondo trimestre. A trainare sono i servizi, mentre l'industria fatica. A preoccupare è l'inflazione, più persistente del previsto, e le possibili conseguenze delle strette monetarie della Banca centrale europea (Bce). In aumento, secondo le stime preliminari di Eurostat visionate da La Stampa, sono i fallimenti. Il trend iniziato nel finale del 2022 e proseguito nel primo trimestre 2023, bancarotte a +2,6% su base annua, continuerà ancora. E potrebbe deprimere l'espansione del Pil italiano.Non è una bocciatura, ma una presa di coscienza. Il centro studi di Confindustria, nel suo rapporto periodico, evidenzia quanto sia chiaroscurale la situazione. I servizi stanno trainando il Pil italiano, mentre è meno solida la condizione di manifattura e costruzioni. Allo stesso tempo, i tassi d'interesse continuano a salire e i prestiti a calare. Dai consumi arrivano segnali misti, mentre gli investimenti crescono anche se poco. Nello specifico, dice Confindustria, «i servizi trainano la crescita, con il turismo in Italia nel 1° trimestre che è salito al di sopra dei livelli del 2022 (+30,7% la spesa dei viaggiatori stranieri), portandosi intorno a quelli del 2019». In aprile il Pmi dei servizi è salito «ancora di più, indicando forte crescita (57,6 da 55,7), anche se a maggio la fiducia delle imprese ha subito un calo». Il settore, si rimarca, «beneficia ancora della domanda repressa delle famiglie liberata dalle riaperture post-Covid». Sul fronte dell'industria, «la produzione è diminuita ancora a marzo (-0,6%), terzo calo consecutivo, ma chiude il 1° trimestre solo di poco negativa (-0,1%) grazie alla buona eredità di dicembre». Lo scenario è però «in peggioramento». A maggio, viene spiegato, «la fiducia delle imprese è di nuovo calata: meno ordini, più basse attese sulla produzione». Non solo. La domanda estera «non tira più». L'export italiano di beni «si è fermato, in media, nel 1° trimestre 2023». E non è una bella notizia, in quanto quest'ultimo è stato uno dei settori che più ha favorito le buone performance dello scorso anno.La congiuntura non è positiva. Specie se si valutano altri aspetti. Come i fallimenti in arrivo. Secondo Eurostat, dopo l'incremento del 26,8% negli ultimi tre mesi del 2022 rispetto al trimestre precedente, anche nella prima parte dell'anno in corso c'è stato un aumento. E un ulteriore girandola è continuata nel periodo corrente. Il picco, teme la banca tedesca Deutsche Bank, non sembra vedersi ancora. Ma è chiaro che i rialzi dei tassi da parte della Bce, che proseguiranno per buona parte dell'estate, complicano la vita a imprese e famiglie. Le secondo spendono meno, le prime vanno in crisi di liquidità e devono portare i libri in tribunale. Per ora, evidenzia Eurostat, il fenomeno in Italia è ancora non marcato, per merito della grande liquidità delle società, ma il vento potrebbe cambiare in fretta. Colpito in modo particolare è il segmento degli immobili commerciali. Come spiega Allianz nel suo ultimo studio tematico, le banche tedesche e italiane sono le più esposte alle bancarotte del settore immobiliare commerciale: «Le banche europee sono altamente esposte a un potenziale aumento del rischio di default nel settore Commercial real estate. In Europa, le banche tedesche sono le più esposte, con i mutui commerciali che rappresentano il 9,6% del totale dei prestiti in essere, suddivisi all'incirca equamente tra mutui residenziali e commerciali». Segue l'Italia con il 7,4 per cento. Il rischio di un rallentamento è sempre più concreto. L'erosione dei margini nella manifattura, dice Confindustria, «può frenare la crescita degli investimenti in Italia, perché riduce la capacità di autofinanziamento delle imprese». A ciò si aggiunge che «le disponibilità liquide sono in calo (-43 miliardi i depositi a marzo da luglio 2022) e il credito bancario si riduce». Infine, una frase che sa di sentenza: «Non vi sono nei bilanci delle imprese italiane risorse facilmente utilizzabili per finanziare nuovi investimenti». È in quest'ottica che la Ue, così come Banca d'Italia e il Fmi continuano a ripetere che è cruciale la piena adozione del Pnrr. Senza un avanzamento dei progetti del Recovery, lo stop del Paese sarà quasi inevitabile. --© RIPRODUZIONE RISERVATA