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Lodovico PolettoINVIATO A FAENZABasterebbe la fotografia pubblicata sui social dalla signora Lia Conti per dare la dimensione del disastro. L'ha scatta dal balcone di casa, a Faenza. Immortala una delle strade del centro, qualche giorno fa, quando l'acqua se n'era ormai andata. E la gente aveva iniziato a sgomberare cantine e piani terra delle case da tutto quel che non avrebbe mai più potuto adoperare. Basterebbe quella immagine lì per spiegare, senza il bisogno di troppe parole, perché la prossima emergenza di questa regione saranno i rifiuti. Anzi no: tutto quello che è stato distrutto, danneggiato, imbibito di acqua e mota. E adesso è inservibile. La via Emilia di Forlì è un l'altra fotografia dello scempio fatto dall'alluvione. Ci sono barricate di mobili, materassi, divani, lavatrici, su gran parte del percorso. E ci sono voci che girano. «Faranno pagare lo smaltimento di tutto» è la prima. Ed è falsa. L'altra la ripete il signor Gabriele Petti, ed è molto preoccupato: «Mi hanno detto che devo mettere tutto in strada entro oggi. Da domani non si può più gettare via nulla». È falso anche questo. Ma vallo a spiegare a chi mangia rabbia da giorni. A chi ha perso mezza casa. A chi, quando tutto sarà finito, dovrà trovare i soldi per ricomprare letti, materassi, frigoriferi, lavatrici. Perché questa è la vita delle persone che vien gettata via. I ricordi, certo. Ma anche la quotidianità. Hanno aperto un enorme centro di raccolta della vita distrutta delle persone, alla periferia di Faenza. Doveva diventare un centro commerciale. Hanno deciso che per ora tutto andrà lì. Poi? Poi si vedrà. Perché adesso che i fiumi si sono ritirati, bisogna trovare rapidamente una soluzione. Ammucchiare è solo la partenza. E poi che ne sarà? Cosa finirà nel termovalorizzatore che gestisce una società che si chiama Hera e si occupa della raccolta rifiuti di Faenza? «Assolutamente no» dicono dal Comune. Prima si dovrà dividere tutto: il metallo dal legno, dalla carta, dai rae, che sono gli elettrodomestici resi inservibili. Poi si vedrà. Ma intanto le montagne di immondizia crescono. A Forlì, l'assessore all'Ambiente Giuseppe Petetta, non sa più dove girarsi. I centri di raccolta ci sono. Ma è il mix delle cose legate dal fango che diventa duro come mattone che preoccupa: selezionare sarà un'impresa. E fosse solo quello. «Dobbiamo evitare che la mota si solidifichi nelle fognature. Che blocchi le tubazioni. Ce n'è una quantità inimmaginabile», dice. E se si bloccano le fogne allora sale il rischio sanitario per tutta la città. Se si intasano le fogne altro che i rifiuti lungo le strade. «In un punto già si sentono miasmi», dice Petetta. È dove la strada ha ceduto, perché le tubazioni della fogna, danneggiate dall'alluvione, si sono accartocciate. Dentro c'è finito di tutto. E adesso la carta e le stoffe marciscono. E bisogna fare in fretta, è per questo che si lavora anche di notte. Con le spazzatrici. I camion con il ragno. Ma non basta. Servirebbero altri mezzi, altri uomini, altri aiuti. Tipo questo. A Faenza, da ieri, sono arrivate enormi ruspe e camion altrettanto enormi messi a disposizione da un'azienda di costruzioni autostradali. Caricano tutto e portano ai centri di raccolta. Ma è pericoloso. E allora hanno diviso la città in zona. E quando arrivano qui i mezzi, anche gli "angeli del fango" se ne devono andare. Via tutti. Tranne i residenti. Un bel po' di roba è stata portata via. Ma altrettanta riappare dopo poche ore. Perché qui, come in tutti gli altri paesi alluvionati, c'è chi butta ciò che andato a mollo. E chi ne approfitta per svuotare cantine e magazzini. E in mezzo a tutto questo c'è chi va a caccia di qualcosa di prezioso. Da rivendere, o da portare casa. Ora, tentare di dare un numero, in quintali o in tonnellate, di tutto ciò che è stato p stato già buttato, è un lavoro impossibile. «Abbiamo circa 11mila case interessate dall'alluvione. È impossibile provare a stimare. Possiamo soltanto affrontare l'emergenza man mano che si presenta. Trovare soluzioni. I conti li faremo poi», dice ancora l'assessore. E allora ecco che le auto alluvionate sono state messe in un enorme parcheggio davanti alla Fiera, dove sono ospitati gli sfollati e i soccorritori. Le hanno lasciate lì qualche giorno, poi hanno messo qualcuno di guardia. All'accesso vicino al chiosco delle piadine, c'è Daniela. «Dove va? Chi è lei? Non si può entrare». E spiega che qualcuno ha già provato a saccheggiare le auto. Fanno gola i pezzi di ricambio. Ma forse ancora di più i documenti. E allora non entra nessuno. Solo i carri attrezzi che scaricano a ciclo continuo altri mezzi finiti sott'acqua. Quando tutto sarà finito, arriveranno anche i proprietari a portarle via. Ma soltanto quando le case saranno pulite, le strade liberate, le fogne disintasate dal fango. Tra quanto? Dio solo lo sa. Girano voci nelle città. Girano video di ratti grossi così scampati alla piena. Qualcuno ha visto dei camion scaricare nei fiumi la mota levata con i Bobcat dalle strade e dalle cantine. E non è proprio la cosa migliore da fare. Ma in questi gironi è possibile che accada di tutto. Che qualcuno non vada a lavorare per aiutare gli alluvionati. Che qualcuno rubi. Che qualcuno pianga, come fa quest'uomo in via Garibaldi, mentre getta via un quadro sporco e sfondato. «Lo aveva dipinto la mia mamma: si chiamava Alicetta». Lui è il figlio. Si chiama Giulio. Ha 63 anni. --© RIPRODUZIONE RISERVATA