Senza Titolo
Che la sanità lombarda, nonostante le eccellenti professionalità su cui si regge e l'abnegazione, confermata durante la severa stagione pandemica, di coloro che ci lavorano, sia un poderoso naviglio in difficoltà, è sotto gli occhi di tutti. Non stupisce quindi che, partendo da quella che ormai è una constatazione largamente condivisa, qualcuno alzi la voce. Arrivi a far capire che se le cose vanno male è perché qualcosa, in cabina di pilotaggio, evidentemente non funziona. Anzi, per dirla tutta, questo qualcuno sostiene che "nella Sanità lombarda regna l'anarchia". Non solo: aggiunge che le ATS (Agenzia per la Tutela della salute) e le ASST (Azienda sociosanitaria territoriale) "guardano ognuna a sé e non dialogano". Insomma, la situazione è grave. E questo l'avevamo capito pressoché tutti. Ma ora sappiamo che la situazione, pur grave, non è seria. Poiché ad aver tracciato questo ritratto della sanità lombarda è nientedimeno che Guido Bertolaso. Ovvero il super assessore al Welfare, che, succedendo alla signora Moratti nella cabina di pilotaggio della sanità regionale, è incaricato di tenere il volante delle attività sanitarie ed assistenziali. Quelle che articolandosi attraverso ATS e ASST dovrebbero erogare a noi cittadini quei servizi che sono sempre più in affanno. Anche sul nostro territorio.Basta del resto scorrere le cronache di questo giornale ed ecco sfilare le notizie su paesi e pazienti alla affannosa ricerca di un medico di base che sostituisca chi è andato in pensione, o ha scelto altre collocazioni professionali. Se dal territorio si passa ai reparti e all'assistenza ospedaliera non è che la situazione migliori: al contrario. La sanità lombarda, a corto di organici e imprigionata in un'architettura dove la pianificazione degli obiettivi assegnati ai presidi ospedalieri, agli ambulatori, alle cure specialistiche, sta pagando scotto al crescente e straripante ruolo riconosciuto negli anni scorsi ai privati, è una coperta sempre più corta. E determina un continuo sospendere servizi e chiudere reparti. La sospensione più recente da noi, tutt'altro che irrilevante, è la chiusura, da giugno fino ad ottobre, del reparto psichiatrico presso l'ospedale di Voghera. Da qui, e da tutto l'Oltrepò, i pazienti dovranno essere dirottati verso gli SPDC (Servizio Psichiatrici di Diagnosi e di Cura) operanti presso gli ospedali di Pavia e di Vigevano. Il motivo della sospensione a Voghera è dato dalla mancanza di personale. Un concorso, bandito tempo fa, non è riuscito a centrare l'obiettivo poiché i medici che lo hanno vinto hanno preferito altre offerte professionali (e sarebbe interessante capire verso quali lidi e con quali dinamiche avviene questa caccia al reclutamento sanitario che, sempre più spesso, vede l'ente pubblico soccombere rispetto agli ingaggi della sanità privata).In ogni caso la sospensione del servizio in quel di Voghera è una sconfitta. A edulcorarla non basta certo l'assicurazione dei vertici della ASST per i quali la decisione consentirà "il rafforzamento dei servizi per la salute mentale presenti sul territorio (come CPS, comunità e ambulatori psichiatrici), e il potenziamento della presa in carico del bisogno psichiatrico prima dell'esordio di un'eventuale situazione di acuzie che richieda il ricovero". Ovvero, in soldoni: chiudiamo il reparto perché non abbiamo medici ma questo ci farà stare di più territorio a fare quella prevenzione che, se operata efficacemente, abbatte la necessità dei ricoveri. Peccato che pensare di fare più prevenzione con i medici che non si hanno, o contando su quelli provvisoriamente attinti dove c'è già emergenza di organici, sia un pio proposito. Davanti al quale la coperta rimane corta. E la realtà segna un'ulteriore sconfitta. Della sanità e dei cittadini lombardi. --