Clima, guerre: giovani sempre più sfiduciati «Via la depressione, crediamo nel progresso»
m. grazia piccalugaPrometeo ruba il fuoco agli Dei per darlo agli uomini che possono così uscire dalle caverne, difendersi dagli animali feroci, riscaldarsi. Eppure finisce incatenato a una rupe, conun'aquila che gli divora il fegato. Nessuna riconoscenza. Anzi, si può dire che da Prometeo in poi ogni miglioramento ha comportato un nuovo problema da risolvere. Ma anche un nuovo traguardo da raggiungere. Un cortocircuito su cui riflette nel suo ultimo saggio Il mito del progresso. Prometeo e il senso della storia (Carocci editore) - da oggi in libreria - Titta Magnoli Bocchi, scrittore, storico, globe trotter («perché viaggiare apre la mente, sempre»). Insegna Forme di potere e comunicazione nel mondo greco all'Università di Pavia ed è ricercatore di Storia antica in quella di Strasburgo. Tre lauree (Lettere classiche, Filosofia e Scienze Politiche) e una quarta work in progress in Antropologia a Bologna. Giovanni Battista, detto Titta, Magnoli Bocchi "nasce" come giornalista, nel 1998 fonda Epoché (con Guido Mariani e Guido Bosticco), agenzia di comunicazione pavese, e da qualche anno racconta il passato ai giovani, nella convinzione che fabula docet. Dalla storia possiamo trarre sempre un insegnamento. Professore davvero mettiamo i bastoni tra le ruote al progresso? «Lo dimostra il mito di Prometeo. Ho scelto questo esempio ma potrei farne molti altri. Oggi, nel pieno di una delle crisi ideologiche più forti di tutti i tempi, quando si volge lo sguardo verso il futuro, si profetizzano solo catastrofi e disgrazie, senza il conforto di alcuna speranza».E come lo spiega ai suoi studenti?«Purtroppo vedo occhi vuoti. Colgo grande mancanza di fiducia nel futuro. Faccio spesso con loro un gioco, a lezione: racconto di come Alessandro Magno, spinto dall'incoscienza, parta dalla Macedonia, con un esercito che oggi farebbe sorridere, alla conquista dell'Asia. Al culmine della fascinazione aggiungo: aveva 21 anni. E voi che progetti avete?».Cosa rispondono?«Cala il silenzio. Del resto si sentono continuamente ripetere che il clima sta cambiando, che non piove più e che abbiamo rischiato di morire per un'influenza nel XX secolo. Abbiamo evocato la Spagnola e la peste, rifugiandoci in un passato deprimente. Lo stesso vale per la guerra: ritenevamo che non ce ne sarebbero più state e se ne sta consumando una a pochi chilometri da qui. Lo smarrimento è stato fortissimo». Vuole intendere che la storia non ci insegna nulla?«La storia non è autoapplicante. E noi, purtroppo, non abbiamo imparato molto dal passato». Lei però è ottimista.«La storia ci dimostra che siamo sopravvissuti a tutto. E dopo grandi crisi ci sono state le riprese. Il mondo non è finito nell'anno Mille, come si vaticinava nel Medioevo. E dopo il crollo dell'impero romano si è insediato l'impero turco. E Dio non è morto come pensava Nietzsche. Mi piace buttare nella testa dei giovani, che comunque sono più svegli di noi, questi pensieri. Sebbene...Sebbene?«Sono stato in India poco tempo fa. E mi sono chiesto: a un bambino di Mumbai che chiede l'elemosina all'incrocio di due strade, vestito con una maglietta in acrilico del Barcellona, il cui primo problema è procurarsi un pasto e il cui sogno è possedere uno smartphone anche senza connessione, cosa dovremmo mai spiegare? Che responsabilità storiche ha verso la sorte del pianeta? Questi giovani hanno un altro approccio alla vita. E dovrebbe far riflettere, in modo globale, anche noi formatori».Non arrendendosi allo smarrimento dei tempi .«Bisogna cominciare a scrollarsi di dosso la depressione cosmica. Mi piace citare un filosofo degli anni Cinquanta Hans Jonas: "Io credo tuttavia alla forza inventiva dell'uomo e alla sua scaltrezza vitale (...) Inventerà anche degli strumenti contro ciò che proviene da lui medesimo. Questo potrebbe comportare dolori, ma non posso credere che l'umanità voglia barcollare ad occhi aperti verso la propria apocalisse". Ora ci troviamo in una risacca ma va sempre tutto letto nel nostro rapporto con la natura che sempre di più ci tira la giacca. ».