«Non sono un comico odio la leggerezza spesso è faciloneria» Parola di Balasso
l'intervistaUltimo appuntamento per la rassegna "Arte dei Comici" organizzata dalla Promoter di Silvio Petitto al Fraschini. Venerdì prossimo, 7 aprile alle 20.30, in scena "Dizionario Balasso", monologo scritto e interpretato da Natalino Balasso, attore, comico e scrittore italiano. Noto al pubblico televisivo per i personaggi dell'Attore porno e del professore Anatoli Balasz che ha impersonato nella trasmissione Zelig tra il 2000 e il 2002, Balasso si distingue per la sua versatilità che lo ha portato negli anni ad abbandonare il piccolo schermo per dedicarsi al grande schermo, al teatro e alla scrittura. Dizionario Balasso è un corollario al precedente monologo, Velodimaya, sulla nostra comprensione del mondo. Ciò che governa questo nuovo monologo è la parola "definizione", questo termine sarà disinnescato e raccontato perché la definizione è ciò che ci fa vedere il mondo in maniera distorta, che ci fa credere che la Verità sia una sentenza definitiva». Natalino Balasso, si tratta dunque di uno spettacolo interattivo in cui anche il pubblico può partecipare chiedendole di spiegare il significato di alcune parole?«Certamente. Volevo proprio portare in scena uno spettacolo che consentisse anche al pubblico di parlare. Quindi alcune parole sono io a tirarle fuori, ma altre è la gente che siede in platea, anche a seconda di ciò che sta accadendo nel periodo. Diciamo che per lungo tempo ai miei spettacoli non mancavano mai le parole virus e no-vax ad esempio...»,E lei che cosa fa in scena con queste parole? «Le spiego in maniera grottesca e questo mi dà l'occasione di ragionare sulla nostra contemporaneità, cambiando ogni sera a seconda delle richieste di chi ho davanti a me. Poi alla fine si capisce anche che ognuno intende come vuole il significato delle parole».E ridendo emerge un quadro della società di oggi quindi: dal grottesco al realistico senza far arrabbiare nessuno... «È la bellezza del comico, che a volte ridendo può dire cose serie senza far arrabbiare... un po' come fanno i bambini!»Una curiosità: qual è la parola più gettonata del suo dizionario? «Amore. Posso dire che non manca mai».Oggi, con tutti i problemi che ha la gente, si fa più fatica a farla ridere o forse al contrario c'è più necessità di una bella risata liberatoria? «Più che altro è cambiato il senso dell'ironia. Ogni giorno sui social si trovano migliaia di sciocchezze che un tempo magari facevano ridere sentendole al bar. Io personalmente preferisco provare a far ridere andando più in profondità e cercando di evitare quella leggerezza che diventa faciloneria. E quando scendi nel ragionamento allora diventi anche tragicomico e a volte commovente. Ecco perché l'etichetta soltanto di comico mi sta un po' strettina».Qual è il target del suo pubblico? «E' molto vario, anche anagraficamente. Ai miei spettacoli vedo per fortuna molti giovani. Comunque in generale è un pubblico curioso, esigente, che mi stimola e a volte anche mi critica. E questo è molto importante per cercare sempre di migliorarsi».Vien da dire che in fondo ognuno ha il pubblico che si merita... «Sì. E anche il pubblico che si cerca... avrei potuto tranquillamente vivere di rendita in televisione, invece ho preferito uscire da quel contesto e fare altro».Perché è uscito dal contesto televisivo che le dava tanto successo? «Perché restando devi accettare di convivere sempre con le esigenze di sponsor: politici in Rai e commerciali nelle altre reti. A me piace molto sperimentare nuovi linguaggi in video e per fortuna oggi puoi farlo in maniera indipendente attraverso le varie piattaforme, creando cose senza rinunciare alla tua autonomia. Diciamo che il linguaggio della tivù e dei video in piattaforma è come paragonare tennis e ping-pong: si assomigliano ma non sono la stessa cosa».Nel periodo del Covid lei ha criticato il teatro in streaming. Per quale motivo?«Nel periodo del Covid ho cercato di migliorarmi in ciò che stavo facendo, creando i controfilm di Natale in video e scrivendo. Ma il teatro in streaming proprio no. La ritengo una cosa aberrante, perché il teatro è fatto di fisicità e di respiri. Altrimenti è un'altra cosa, ma non chiamiamola più teatro». --Daniela Scherrer© RIPRODUZIONE RISERVATA