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il reportageMarco BresolinINVIATO A BRUXELLESDetenuti per dieci giorni nell'hotspot di Lampedusa in condizioni «inumane e degradanti», in assenza di un provvedimento ufficiale e poi rimandati in Tunisia senza un esame della loro situazione individuale. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia per il trattamento subìto da quattro migranti tunisini che erano stati soccorsi nel Mediterraneo. E ha stabilito che, come compensazione, dovranno essere risarciti con 8.500 euro a testa. I fatti risalgono all'ottobre del 2017, durante il governo Gentiloni, quando il ministero dell'Interno era guidato da Marco Minniti. Ma la situazione relativa alla gestione dei migranti continua a rimanere estremamente critica, in Italia e anche negli altri Paesi più esposti ai flussi, come ha rilevato ieri un rapporto del Cpt, l'organo anti-tortura del Consiglio d'Europa, che punta il dito contro la pratica dei respingimenti e contro i maltrattamenti nei centri. «Le difficoltà derivanti dall'afflusso di migranti e richiedenti asilo - si legge nella sentenza relativa ai quattro cittadini tunisini - non assolvono gli Stati membri dai loro obblighi». I giudici della Corte di Strasburgo l'hanno emessa, all'unanimità, sulla base delle «condizioni materiali precarie in cui i quattro sono stati trattenuti per dieci giorni nell'hotspot di Lampedusa», per il fatto che «sono stati privati della libertà in modo arbitrario» e perché nei loro confronti è stata effettuata «un'espulsione collettiva». I quattro cittadini tunisini, che all'epoca dei fatti avevano tra i 24 e i 28 anni, furono trattenuti nell'hotspot in condizioni di igiene precarie e in spazi limitati e poi rimandati in Tunisia senza alcun esame preventivo della loro situazione e senza capire se potessero correre il rischio di essere respinti. La Corte contesta all'Italia la violazione dell'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (divieto di trattamenti inumani o degradanti), dell'articolo 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza) e dell'articolo 4 (divieto di espulsione collettiva degli stranieri) del Protocollo 4 della Convenzione europea. Secondo il Consiglio d'Europa, però, la situazione resta critica in moltissimi Paesi di primo approdo, soprattutto ai confini dell'Unione europea, ai quali viene fatto un appello affinché pongano fine alla pratica dei respingimenti violenti «alle frontiere terrestri e marittime», perché «si tratta di atti illegali» che però «alcuni Stati membri tentano di legalizzare». Il rapporto diffuso ieri è stato redatto sulla base delle segnalazioni ricevute e sulle relazioni stese in seguito a una serie di visite effettuate in alcuni Paesi, tra cui l'Itala. Nel corso degli anni, l'organo anti-tortura del Consiglio d'Europa ha identificato in diversi Stati membri «chiari modelli di maltrattamento fisico dei cittadini stranieri nel contesto delle operazioni di respingimento». Nello specifico, è stato rilevato che «vengono picchiati al momento del loro arresto - con pugni, schiaffi e manganellate - da parte della polizia, delle guardie di frontiera o della guardia costiera» con gli agenti che «in alcuni casi si tolgono il tesserino di riconoscimento per occultare la loro identità». Sono poi riportate denunce, seppur non circostanziate, di «trattamenti disumani o degradanti, come sparare proiettili vicino alle persone quando sono a terra, spingerle nei fiumi, spogliarle di vestiti e scarpe, per poi costringerle a camminare a piedi nudi e, in alcuni casi, completamente nudi, oltre il confine». Frequente anche l'uso di «cani senza museruola per minacciare o addirittura scacciare i cittadini stranieri» e «la privazione di cibo e acqua per periodi prolungati». L'organo anti-tortura «riconosce il diritto degli Stati a controllare i propri confini sovrani» e ribadisce che «queste sfide richiedono un approccio europeo concertato», ma al tempo stesso sottolinea che «non possono esentare ogni Stati dall'adempimento dei propri obblighi in materia dei diritti umani». --© RIPRODUZIONE RISERVATA