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L'inchiestaGiuseppe LegatoAlle 16. 06 di domenica scorsa, 14 ore dopo il primo alert inviato al globo terracqueo da un Ong che segnalava un'imbarcazione in balia delle onde con 47 migranti a bordo e 10 ore prima che gli stessi passeggeri finissero in mare durante le complicate operazioni di trasbordo (30 dispersi, quindi morti) l'equipaggio di terra Seabird della Ong Sea Watch chiama per la seconda volta il Centro di coordinamento del soccorso marittimo della Guardia costiera di Roma (Mrcc) «Chi è responsabile ora di questo caso visto che JRCC Libia (guardia costiera libica ndr) non è in grado di rispondere a questo caso di emergenza e ha autorità? ». Pausa, replica dall'Italia: «Okay. Thank you for information. Bye Bye». Questo il testo letterale della conversazione riversato ieri in una nota da Sea-Watch. org per ricostruire il caso dell'imbarcazione a 130 miglia dalla Libia rimasta in balia delle onde alte sei metri del Mediterraneo per 27 ore circa dal primo MayDay captato da Alarm Phone alle 2. 28 di sabato fino al drammatico trasbordo all'alba di domenica. La ricostruzione della Ong è essenziale, ma completa. Cataloga il caso come «Dn 265 (Distress, pericolo)». Otto pagine. Di fatti e accuse all'autorità italiana. Un'altra fin qui non nota: poco dopo il primissimo alert inviato anche alle autorità maltesi e libiche «alle 3. 01 abbiamo chiesto a Roma di ordinare al mercantile Amax Avenue, che si trovava nelle vicinanze, di intervenire. Ma non si è fermato ed è passato (dritto ndr) dalla scena. Se istruito sarebbe potuto intervenire». In quei minuti Ong avrebbe detto questo all'autorità marittima italiana: «Abbiamo trasmesso la posizione (N 33°56, E018°28). La situazione era critica. La barca era alla deriva. Le condizioni meteorologiche erano estremamente pericolose. Le persone a bordo gridavano al telefono che avevano bisogno di aiuto». La notte diventa giorno e alle 9. 33 Sea Bird lancia un Mayday Relay: la richiesta di aiuto «viene ricevuta e copiata dal mercantile Motor Tank Bailius L». Ong comunica posizione della barca: «per favore recatevi lì, è urgente ci sono onde molto alte». Replica: «Stiamo procedendo, siamo a 15 miglia, ci vediamo tra poco». Sembra, in quegli attimi, che ci sia una via d'uscita immediata, ma la situazione si inceppa 56 minuti dopo. Alle 10. 28 l'Ong richiama Basilius L: «La nave sta andando alla deriva» dicono. Dal mercantile rispondono: «Si prega di contattare la guardia costiera libica». E ancora: «Ho sentito Mrcc (guardia costiera) Roma ho chiesto a loro di te (della Ong) e non ho alcuna istruzione che tu sia dentro questa operazione». Il dialogo si fa serrato. Dall'aereo di Sea Watch chiedono cosa sia stato detto a Basilius dalla guardia costiera libica: «Le hanno consigliato di portare le persone a bordo? ». Dalla nave tagliano corto. «Non posso darti questa informazione, sto procedendo e basta». Per ore la barca di migranti rimarrà «soltanto riparata dalla nave mercantile». L'aereo della Ong lo ripete a Tripoli e a Roma alle 15. 51 nella penultima telefonata prima di quel "bye bye" che ora suona sinistro nella storia dell'ennesimo naufragio. E che fa dire a Luca Casarini, capomissione di Mediterranea Saving Humans che «l'ultimo tragico naufragio con decine di vite umane perse si poteva evitare, come a Cutro. Le autorità italiane ed europee hanno avuto 30 ore per inviare mezzi adeguati per il soccorso». Ancora: «Hanno scelto, e di questo devono rispondere, di aspettare che arrivassero i libici perché così avrebbero catturato e deportato in Libia le persone in pericolo, facendo fare il "ridosso per mare ostile" ai mercantili, che già avevano avvisato di essere preoccupati per un'operazione di recupero troppo difficile per loro». L'ipotesi che i migranti stipati su quella imbarcazione avrebbero potuto essere salvati, è motivato da un calcolo: «In 10 ore navi della Guardia costiera da Pozzallo potevano raggiungere la barca in distress. La nave Sirio della Marina militare lo stesso. Le navi dell'operazione "Eunavfor Med Irini" e "Mare Sicuro" anche. Ma non hanno voluto. È stata una scelta, non un'incidente». A corredo, negli atti vi è prova di come Malta, pur raggiunta da plurimi alert non si sia mai attivata, fatto sempre più frequente da qualche tempo a questa parte. E nemmeno Tripoli. È a tratti drammatica la chiamata con SeaBird che alle 15. 51 di domenica chiede ai libici «che tipo della motovedetta mandate da Bengasi? ». Risposta: «Non ho nessuna pattuglia. C'è qualcosa a Tripoli, ma a Bengasi non abbiamo niente». Ieri, Peter Stano portavoce della commissione europea ha spiegato che «Irini non opera nelle acque libiche. Ed è stata progettata e approvata dagli stati membri prima di tutto per vigilare sull'applicazione dell'embargo Ue sulle armi alla Libia. Questo è il suo obiettivo primario. L'obiettivo secondario è lavorare contro le reti di trafficanti e condurre quando necessario operazioni di Ricerca e soccorso (Sar)». Falso, replicano dalle Ong, ma questo botta e risposta sembra contare molto meno di quel "bye bye". Gianluca D'Agostino, responsabile del centro di coordinamento dei soccorsi italiani della Guardia Costiera, a Quarta Repubblica, premettendo che «l'intervento è avvenuto al di fuori della zona Sar italiana», ha spiegato che «quando è arrivata l'informazione di allarme abbiamo inviato un messaggio satellitare a ogni mercantile che transitava in quell'area. Poi, in concreto - ha aggiunto - le nostre unità di soccorso non avrebbero potuto arrivare lì (nel punto in cui si trovava l'imbarcazione in distress ndr) per una questione di autonomia (di carburante ndr). Avrebbero potenzialmente potuto arrivarci le nostre navi, magari entro 24 ore, ma erano impegnate sugli sbarchi avvenuti nella costa jonica». Pur da La Stampa richiesti, la Guardia Costiera non ha inteso fornire gli orari delle comunicazioni intercorse e delle azioni adottate in quelle 27 ore. D'Agostino ha spiegato che il coordinamento italiano per i soccorsi è stato preso «alle 19 (di domenica ndr)». --© RIPRODUZIONE RISERVATA