«Nello studio ritrovai una ragione di vita»
Ringrazio sentitamente il direttore e il corpo docente del Dipartimento di filosofia e comunicazioni, qui rappresentato dalla prof.ssa Marina Lalatta Costerbosa, che hanno voluto conferirmi il titolo di laurea Ad Honorem in Scienze Filosofiche. E naturalmente un ringraziamento particolare va al Magnifico Rettore dell'Università di Bologna - Alma Mater Studiorum, professor Giovanni Molari, che ha subito fatto sua la proposta di conferimento del prestigioso titolo e che ha voluto venire personalmente fino qua per la consegna.La mia preparazione filosofica è limitata. Quando tornai dalla prigionia i miei parenti erano scettici: dicevano "è troppo tardi per la scuola, con tutti gli anni che hai perso...". Invece io non volli accettare quel destino, tornai a scuola e trovai nello studio una ragione di vita. Con grande fatica recuperai gli anni perduti e feci addirittura "cinque anni in uno", cose da dopoguerra ... E poi completai gli studi facendo il liceo classico. Fu una tappa molto importante per il mio ritorno alla normalità.Molti anni dopo, quando decisi di diventare testimone della Shoah, mi sforzai sempre di trasmettere, soprattutto a ragazze e ragazzi, il senso della necessaria unità di memoria e realtà, storia e vita. E questo mi sembra qualcosa che abbia un qualche valore anche in termini di filosofia morale. Del resto è quanto è scritto anche nella motivazione della laurea: "Mai la coscienza deve restare silente, sempre scienza e conoscenza vanno messe al servizio dell'agire, della vita concreta degli individui e della società nel suo complesso".Nella stessa motivazione è richiamata anche Hannah Arendt, filosofa ebrea costretta a fuggire dalla Germania nazista, in particolare dove dice che "i peggiori malfattori sono coloro che non ricordano, semplicemente perché non hanno mai pensato". Un passo mirabile, che ci obbliga a riflettere sul fatto che la Memoria diventa coscienza e sapere e di conseguenza spinge le persone ad agire secondo "virtute e canoscenza" come dice il Sommo Poeta.L'onore che l'Università di Bologna mi fa conferendomi la laurea Ad Honorem mi è particolarmente gradito anche per gli importanti legami tra la mia famiglia ed il vostro antico e nobile Ateneo. Mio nonno materno, l'avvocato Alfredo Foligno, conseguì la laurea in Giurisprudenza proprio a Bologna il 21 ottobre del 1900 - ho qui addirittura la copia del suo diploma di laurea - e poi fece l'avvocato civilista tutta la vita. Mio marito, Alfredo Belli Paci, dopo avere interrotto gli studi durante la guerra, perché fu mandato in guerra, si iscrisse all'Università di Bologna e qui si laureò anche lui in Giurisprudenza tra il 1946 e il 1947, purtroppo non conosco la data. Ma ricordo bene i suoi racconti su quel periodo: descriveva l'impazienza dei reduci - che avevano visto quel che avevano visto -, che benché ancora molto giovani - 25-26 anni - erano passati attraverso prove durissime e si sentivano degli alieni dei "vecchi" rispetto ai compagni di corso ventenni che non avevano fatto le stesse esperienze.Questo disagio psicologico aveva indotto anche lui a buttarsi a capofitto negli studi per recuperare gli anni perduti e laurearsi in fretta. Ed è proprio alla memoria di mio marito che voglio dedicare la laurea Ad Honorem in Scienze Filosofiche di oggi, perché Alfredo fu uno dei 600.000 IMI (Internati Militari Italiani) che vennero catturati dai tedeschi, deportati nei campi di prigionia e scelsero di rimanere prigionieri in condizioni durissime perché non aderirono alla Repubblica Sociale Italiana.Mi sono spesso domandata come siano riusciti sia gli IMI, sia i Partigiani a compiere in quegli anni bui "la scelta" che li portò in varie forme a resistere, ad esporsi volontariamente a grandi pericoli e a terribili privazioni. Si calcola che dei 600.000 IMI più di 40.000 morirono in prigionia. Si trattava per la maggior parte dei casi di ragazzi molto giovani - mio marito quando arrivò l'8 settembre aveva 23 anni -, ragazzi che nella loro vita non avevano conosciuto altro che il fascismo. In tutti gli ordini di scuola erano stati immersi nella propaganda pervasiva del regime, spesso senza mai venire a contatto con opinioni politiche diverse. Eppure nel momento della prova, messi di fronte a scelte drammatiche, trovarono in se stessi qualcosa che li orientò, come una bussola miracolosa. Ed ecco che, frugando nelle mie povere reminiscenze della filosofia studiata al liceo, mi torna in mente Immanuel Kant, e ripenso alla celebre frase che Kant scrive nell'appendice alla "Critica della Ragione Pratica" dove dice che ci sono due cose che lo riempiono di ammirazione e rispetto: "Il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me". E immagino quei giovani soldatini prigionieri nei lager, sotto quei cieli stellati della Polonia e della Germania che anch'io in quegli stessi mesi guardavo aggrappandomi alla speranza, e quei giovani partigiani sotto il cielo stellato delle nostre montagne dove si erano nascosti.Quei giovani, senza saperlo, si liberarono dell'indottrinamento fascista perché scelsero di seguire Kant: "La legge morale in me". Una grande lezione di filosofia che si traduce in esperienza di vita, in pagina di storia.Con queste poche parole, concludo rinnovandovi i più sentiti ringraziamenti e dicendomi molto orgogliosa di essere da oggi la terza laureata alla Alma Mater di Bologna della mia famiglia.Grazie. --© RIPRODUZIONE RISERVATA