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Il reportageFlavia AmabileINVIATA A CROTONEPer ora si chiama Kr67m11. E' la vittima numero 67 di una strage che non ha fine, un rosario di cifre e disperazione, un elenco che non ha nulla di burocratico, racconta la storia di un bambino di undici anni ritrovato ieri mattina. Attende che qualcuno lo riconosca nelle prossime ore, qualcuno dei tanti parenti che da giorni stanno sommergendo di mail la Croce Rossa e la polizia. Centinaia di mail e persino un fax arrivato ieri mattina sulla scrivania del sindaco di Cutri, Tonino Ceraso. «In questo caso è stato semplice effettuare il riconoscimento, c'erano dei tatuaggi, hanno dovuto informare i parenti che, sì, l'uomo trovato era annegato». Prima di Kr67m11 due sere fa era stato ritrovato Kr66m7, un bambino di 7 anni. Lui, invece, è stato riconosciuto, ha uno zio arrivato apposta dalla Germania. Ha fornito una descrizione alla Croce Rossa di Crotone. Corrispondeva. Ma non c'è stato il tempo di scriverlo sulla bara, ieri al Palamilone di Crotone si è tenuta una cerimonia di saluto una preghiera comune, alla presenza dei parenti delle prime 67 vittime ritrovate, delle autorità civili e politiche, dei cittadini di Crotone, delle scolaresche. Sulla bara del bambino di 7 anni non c'era stato il tempo di porre il nome, era ancora identificato con la sigla. Sono stati gli psicologi a indicare allo zio dove andare a piangere. Su una bara marrone, non bianca. «Non ce ne sono abbastanza - racconta Ignazio Mangione, direttore del Cara di Isola Capo Rizzuto gestito dalla Croce Rossa - alcuni bambini sono nelle bare da adulti». Sono 11 finora i bambini nelle bare marroni, 4 femmine e 7 maschi, riferisce la Croce Rossa, si riconoscono dai pelouche deposti accanto al feretro, orsetti, macchinine, unicorni e altri pensieri donati dalla Croce Rossa di Crotone. Amina è una giovane afghana, una delle sopravvissute al naufragio di Cutro. E' fuggita da un Paese dove non aveva più il diritto di uscire da sola, di studiare, di vivere senza essere schiave di un uomo. Ha deciso di fuggire con la sorella e con le figlie. In Europa cercavano la libertà, Quando la barca si è capovolta, Amina è riuscita ad arrivare sulla spiaggia di Cutro. La sorella no. Amina l'ha cercata per giorni. Ha fornito una descrizione anche lei, le hanno mostrato alcune foto delle vittime. «Vengono fatte vedere soltanto le immagini che possono essere corrispondenti alla descrizione fornita dal parente. Si cerca di limitare lo strazio a cui queste povere persone devono sottoporsi», racconta Lavinia Tuccimei, psicologa del Cara di Isola Capo Rizzut. Anche in questo caso la foto corrispondeva. La fuga della sorella si è fermata un centinaio di metri prima della libertà, un soffio dopo un viaggio di oltre 6mila chilometri. Ieri mattina anche Amina è stata accompagnata davanti a una bara dove non c'era stato il tempo di sostituire il codice con il nome. Il dolore è stato troppo forte, la donna ha iniziato a urlare ed è svenuta. Al dolore di aver perso una persona cara ieri si aggiungeva il disorientamento. Hassan è arrivato dalla Germania. Ha guidato per due giorni fino a raggiungere Crotone. Hassan ha un lavoro, un passaporto tedesco e un passato afghano. E' uno di quelli che ce l'hanno fatta. Della sua famiglia non resta nessuno in Afghanistan, tranne il nipote di 15 anni. Qualche mese fa lo ha convinto a raggiungerlo, avrebbe pensato lui al suo futuro. Due sere fa ha dovuto anche lui sottoporsi al rito della foto e a fare cenno di sì con la testa, è proprio lui il ragazzo che non avrà più un futuro. Per colpa sua. Ieri mattina davanti alla bara del Palamilone Hassan ha iniziato a chiedere di aprire la bara, voleva vedere il ragazzo, avvolgerlo in un lenzuolo. Impossibile, gli hanno dovuto spiegare psicologi e mediatori di Medici senza frontiere che lo stavano assistendo. Alla fine ha capito, Hassan si è accasciato in lacrime sulla bara. Ora dovrà affrontare come tanti il problema successivo, la sepoltura. «La gran parte dei parenti vorrebbero portare i loro cari nei Paesi dove vivono oppure nella terra di origine», racconta Sergio Di Dato, capo progetto People on the Move di Msf. «Non è facile far capire che per ora non è possibile, che tutto è bloccato, nessuno sa se e quando potranno essere sepolti». Ieri i musulmani hanno potuto soltanto pregare davanti ai loro cari guidati dal rappresentante anziano della moschea di Cutro, Mustafa Achik. E si preparano a combattere per avere i corpi dei loro parenti. In tanti invece fra i feretri allineati nel Palamilone di Crotone resteranno delle sigle che nessuno reclamerà. Bare che decine di famiglie calabresi accoglieranno nelle loro cappelle. «Ho lanciato un appello - racconta il sindaco di Cutro - hanno risposto in tanti, si sono detti disposti a dare un posto a chi non ha un nome». La loro sigla rimarrà su una lapide, a ricordare l'ennesima strage senza fine. --© RIPRODUZIONE RISERVATA