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Niccolò ZancanINVIATO A CROTONEÈ un mondo in frantumi. Davanti al centro dei migranti arriva un signore dalla Germania, è un profugo siriano e chiede notizie di sua moglie: «Era su quella barca! Vi prego, ditemi che è qui. Fatemi entrare. Guardate: questa è la sua fotografia. Mia moglie mi ha scritto per dirmi che stava arrivando. Erano le quattro del mattino. Ormai vedeva le luci dell'Italia». Ma sua moglie non è fra i salvati, così quell'uomo continua a cercare. Adesso entra di corsa all'ospedale San Giovanni di Dio di Crotone: «Devo vedere i feriti, ditemi se c'è mia moglie».La moglie era l'unica viaggiatrice di nazionalità tunisina sul barcone del naufragio. Il suo corpo è stato riconosciuto fra le 63 salme messe in fila al palazzetto dello sport. Erano sposati. Ma i loro documenti non valevano per un viaggio in aereo. «Non potevamo chiedere il ricongiungimento famigliare», dice quell'uomo appena diventato vedovo. «Abbiamo pagato gli scafisti per poter vivere insieme. Era l'unico modo. Ero qui a aspettarla».È un mondo a pezzi. Senza più coordinate logiche né temporali. C'è un ragazzo afghano, uno scampato al naufragio, che avvicina Sergio Di Dato di Medici Senza Frontiere per rivolgergli una sola domanda: «Che giorno è?».È il giorno in cui una ragazza di 28 anni, scappata da Kabul assieme a suo fratello di 16 anni, è morta annegata. E quel fratello adesso non può dirlo ai suoi genitori: «Siamo dovuti partire dall'Afghanistan perché mia sorella era stata presa di mira dai talebani. Mamma e papà hanno convocato tutta la famiglia, insieme hanno raccolto i soldi dai parenti. Dopo una lunga riunione, hanno deciso che saremmo partiti insieme: io e lei. Eravamo seduti vicini su quella barca. E quando la barca si è schiantata e capovolta, siamo finiti nel mare insieme. Abbiamo usato le onde per arrivare a riva. Ma sulla spiaggia lei non respirava più».Adesso questo ragazzino deve parlare con la sua famiglia al telefono, gli hanno fatto il numero. E lui dice così: «Io sono vivo, Anisa è in ospedale». Perché non può dire - perché è letteralmente indicibile - quello che è successo davvero.Questa catena di lutti è la conseguenza diretta delle nostre scelte. Il peschereccio partito da Smirne con 180 persone a bordo è stato avvistato alle 22,23 di sabato sera a 40 miglia da punta della Castella, nel tratto di mare fra Isola di Capo Rizzuto e Steccato di Cutro. Era là. Nella tempesta. Contro le onde. E la nostra scelta è stata di non andare, di non scortare nemmeno quella barca carica di persone. Non le è andato incontro nemmeno il pattugliatore, che adesso fa avanti indietro sulla linea dell'orizzonte. Ma ci sono anche altre nostre scelte precedenti che hanno determinato tutto questo.«Io sono partito da Kabul perché lavoravo con gli occidentali. Lavoravo con voi. Con i talebani eravamo tutti in pericolo, la nostra famiglia non poteva più stare in Afghanistan». Così questo signore ha perso la moglie e tre figli di 11, 9 e 5 anni. È sopravvissuto soltanto lui, con il figlio di 13 anni, perché era il più vicino da afferrare nella corrente.Il Cara - Centro di accoglienza per richiedenti asilo - è sulla Statale 106, davanti all'aeroporto di Crotone chiuso per fallimento. È una struttura militarizzata. Fatta di cancelli e di container. È lontana da tutto. I sessanta sopravvissuti sono stati portati lì, in una zona riservata alle pratiche di identificazione: afghani, pachistani, iracheni, iraniani, alcuni somali. Tutti insieme, tranne due. Perché sono troppo piccoli e troppo soli. E quel posto, è chiaro, non può essere adatto a loro.«Uno è un ragazzino afghano di 12 anni che ha perso la sua famiglia intera», dice Ignazio Mangione della Croce Rossa. «Lo abbiamo trovato alle sei di domenica mattina nel gruppo dei sopravvissuti che si era radunato sulla spiaggia dopo il naufragio. Chiedeva di sua madre e di suo padre, ha perso in tutto sette parenti». Forse non è proprio così, si scoprirà più tardi. Probabilmente un cugino è fra i ricoverati.È per dire di come sia confusa la situazione. Al punto che i soccorritori hanno cercato sulla spiaggia dentro ogni tasca. I documenti sono molto importanti in casi come questi. Ecco i primi nomi delle persone a bordo della nave dei fantasmi: Yama Alì Erkek, nato in Afghanistan nel 2007, Fatma Alì Mohammad, nato in Afghanistan nel 1998. Non sono fantasmi. Una tessera dello IOM, l'organizzazione mondiale per le migrazioni, rilasciata il 16 aprile 2022. E poi l'altro ragazzino, anche lui solo a 12 anni.I vivi, i morti, gli scampati dell'ospedale: sono ricoverati quasi tutti per traumi e intossicazione. Hanno ingerito la nafta che si è mischiata al mare, quando la barca si è schiantata contro una secca a duecento metri da riva. «Era una brutta barca, era fatta di legni marci. Si capiva che non poteva stare in quel mare pieno di onde». Tutti i superstiti parlano del peschereccio di legni azzurri che doveva raggiungere l'Italia. «Era troppo carico». «Era vecchio». «Arrancava nel mare». «Faceva paura».«L'imbarcazione era in condizioni pessime, erano molto preoccupati che non reggesse il mare», dice Sergio di Dato di Medici Senza Frontiere. «Eppure erano quasi arrivati. Potevano essere salvati. Adesso ci troviamo di fronte a persone traumatizzate e disorientate. Sono tutte famiglie divise dalla morte».Qualcuno ha appeso un cartello davanti al palasport dove si stanno accumulando le bare, adesso sono 63: «Le persona in balìa del mare si salvano. Assassini!». Non c'è stata nessuna esplosione a bordo. Non ci sono ustionati fra i vivi e neppure fra i morti, ma quello schianto contro la secca ha spezzato la chiglia e capovolto la barca. «Perché gli scafisti ci hanno trattato così male?». Suor Loredana Pisani ha appena fatto visita ai 22 feriti, accompagnata da un mediatore culturale. «Continuavano a chiedermi cosa avessero fatto di brutto, per essere trattati in quel mondo. Sono partiti per disperazione. Erano consapevoli dei rischi. Non c'è altra parola per definire la questione. Non avevano scelta. Adesso hanno negli occhi l'orrore».Nel reparto di ortopedia c'è una madre che piange. Era fuggita dall'Afghanistan con i tre figli. Piange e pronuncia i due nomi che mancano all'appello. Sono ancora nel mare. Nessuno li ha trovati. «Sono riuscita a tenere stretto soltanto lui», ripete in continuazione. Anche lui è in ospedale.Così la spiaggia di Steccato di Cutro restituisce per centinaia di metri questo mondo in frantumi. A ogni onda, un pezzo. Gli assorbenti, le medicine, piccoli sacchetti con dentro nocciole e pistacchi. Giacche con le tasche piene di sabbia. Decine di scarpe spaiate. E questi legni spezzati dal mare e dalle nostre decisioni. --© RIPRODUZIONE RISERVATA