Sull'aggressione di Firenze la lezione del Colle a Valditara

Federico Capurso / RomaDi fronte ai nuovi Alfieri della Repubblica, insigniti degli attestati d'onore al Quirinale, il Capo dello Stato Sergio Mattarella interviene sul recente caso dell'aggressione, da parte di un gruppo giovanile di estrema destra (vicino a Fratelli d'Italia), contro due studenti di un liceo di Firenze: «Solidarietà e impegno comune - ricorda Mattarella - sono un antidoto anche contro la violenza». Diventano «un modello che si contrappone a quello di prepotenza, sopraffazione». Una «diga» chiamata ad arginare la violenza che avvelena le famiglie, inquina le strade delle nostre città, opprime le donne, e sgorga «addirittura, nei giorni scorsi, davanti a una scuola, contro dei ragazzi».La posizione del Colle porta lo scontro politico su un piano più alto e più doloroso per la premier Giorgia Meloni, perché investe indirettamente il suo governo, trascinato nelle polemiche per le timide e tardive prese di posizione contro quell'agguato. E per la posizione del ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, che ha ipotizzato provvedimenti disciplinari contro la preside di un istituto scolastico fiorentino che aveva denunciato in una lettera ai suoi studenti la matrice fascista di quell'aggressione. Valditara era in platea, ad ascoltare le parole del Capo dello Stato. Già dal mattino aveva negato la volontà di sanzionare la preside, con un tweet troppo debole per placare le ire delle opposizioni. Poi ha provato a offrire un'ulteriore rassicurazione. Giura di non avere «alcun problema a condannare quella violenza», ma poi prende tempo. «Non voglio entrare nel merito adesso», dice, perché preferisce aspettare che il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi intervenga in Parlamento: «È improprio che io parli prima di Piantedosi, che deve spiegare come sono andati i fatti». L'idea che quella lettera sia «un atto improprio», però, resiste. Ne condivide solo «la prima parte», nei suoi richiami alla Costituzione. Non il finale. Anzi, «mi ha dato fastidio l'ultimo passaggio, in cui la dirigente scolastica condanna e chiama fascista chi difende il valore delle frontiere. Io - si difende Valditara - ho scritto dei libri sul valore delle frontiere e non per questo sono fascista». Si rende quindi «disponibile a discutere con la preside di democrazia, antifascismo e - rimarca - del rispetto delle idee altrui». Ma non condivide la tesi della preside, che vede in quell'aggressione il segnale di una deriva fascista che sta prendendo piede in Italia: «Quelli sono quattro idioti, non un pericolo per il Paese». E con altrettanta convinzione respinge l'accusa di nutrire simpatie per i movimenti di estrema destra, piovutagli addosso in questi giorni: «Ho ricevuto minacce da gruppi neofascisti, figuriamoci se sono loro "amico"».La Lega intanto fa quadrato intorno al suo ministro, proteggendolo dalle richieste di dimissioni avanzate dall'opposizione. «Viene il sospetto che quella lettera sia stata usata per un attacco politico», dice il deputato leghista Rossano Sasso, ex sottosegretario all'Istruzione ai tempi del governo Draghi. La prova? «Ho trovato il nome della preside nelle liste regionali del Pd per il congresso del 2009». Certo, riconosce Sasso, «avere una tessera di partito non vuol dire che non si possano avere degli ideali, ma magari qualcuno ha pensato di poter trovare in quella dirigente un nuovo campione della sinistra».Il caso resta quindi ben saldo sul terreno della politica e del governo. Esattamente quello che non vuole Meloni, che fonti dell'esecutivo raccontano piuttosto irritata per l'ennesimo scivolone provocato dall'improvvida loquacità dei suoi ministri. Per la premier, Valditara non avrebbe mai dovuto commentare quella lettera. Tanto meno avrebbe dovuto prestare il fianco al giornalista che lo incalzava sull'opportunità di sanzionare la preside che l'aveva scritta. «Rispondendo così - ragionano dentro Fratelli d'Italia -, Valditara ha portato quella lettera sul tavolo del governo, dandole un risalto nazionale, invece di lasciar cadere la cosa». Ne sono convinti: «Passate 24 ore, nessuno avrebbe più parlato di quella lettera». Considerazioni che si rispecchiano nei ragionamenti di Rachele Mussolini, eletta a Roma con Fratelli d'Italia. La nipote del Duce difende il ministro dalle richieste di dimissioni e «tuttavia - aggiunge - bisogna sempre misurare le parole, perché tutto quello che diciamo viene strumentalizzato, attaccato». Invece Meloni si trova a fare i conti con l'impossibilità di controllare ogni dichiarazione dei suoi ministri. Con tutto il nervosismo che ne consegue. --© RIPRODUZIONE RISERVATA