La disperazione del padre dopo gli arresti «In questa storia i miei figli non c'entrano»

il raccontoMaria Fiore / cilavegna«Ibrahim per noi era come un figlio. Hanno indagato una famiglia intera ma stanno commettendo un errore. I miei figli non c'entrano niente, noi non c'entriamo niente». Antonio Rondinelli è il padre di Massimo e Claudio, arrestati ieri mattina insieme al compagno della figlia Elisa, Luigi D'Alessandro. L'uomo, originario di Tursi, in Basilicata, come il resto della famiglia, è anche il proprietario del capannone di ortofrutta sulla provinciale per Cassolnovo dove, secondo la procura, Ibrahim Mohamed Mansour, 44 anni, è stato ucciso, con almeno tre colpi di fucile e un colpo di pistola. L'edificio, dove accanto ai nastri bianchi e rossi degli investigatori spicca il cartello "vendita ciliege", sulla strada verso Novara, è lo stesso che Antonio Rondinelli, un anno fa, aveva dato in concessione a Ibrahim, padre della sua nipotina, nata nel 2019: l'accordo, messo nero su bianco davanti a un notaio, prevedeva che il 44enne mandasse avanti i terreni e il frutteto che fino a quel momento erano stati il sostentamento della famiglia Rondinelli. «Non riuscivo più a gestire l'attività per motivi di salute, Ibrahim poteva tenersi il ricavato della vendita delle ciliege e delle albicocche, questo era il patto - spiega il proprietario -. Era un modo per assicurare un futuro alla bambina».l'affido a un'altra famigliaLa piccola è nata 4 anni fa, quando la madre, Daniela Rondinelli, non era ancora maggiorenne. Ibrahim Mohamed abitava a Cilavegna e frequentava la ragazza da almeno due anni. Dopo la nascita della bambina erano andati a vivere insieme. Ma la convivenza è durata poco. La donna, a un certo punto, è andata via da Cilavegna. Altre scelte, altre destinazioni e una nuova vita, con un giovane di Parona ma lontana dalla Lomellina. La bambina è finita così affidata, in via temporanea, a un'altra famiglia, per la decisione di un giudice, seguita a una relazione degli assistenti sociali. Ma il padre, Ibrahim Mohamed, ha continuato a occuparsi della piccola e a vederla. Si chiama "adozione mite" e prevede il mantenimento del legame con uno o entrambi i genitori biologici. «Stravedeva per sua figlia, le comprava vestiti e spendeva per lei tutto quello che aveva», racconta don Giuseppe Bressanelli, parroco a Vigevano per tanti anni. «voleva portare la bimba in egitto»Il sacerdote conosceva bene Ibrahim, «da quando è arrivato in Italia, mi pare nel 2007 - spiega -. Dava una mano in parrocchia, poi mi ha aiutato quando mi sono spostato a Mortara. La sua morte mi ha turbato molto. Era un buono, disposto a scendere a patti sempre piuttosto che vivere nel conflitto. Non so cosa sia successo, ma per sua figlia avrebbe fatto qualunque cosa. Negli ultimi tempi diceva di volerla portare in Egitto, diceva anche che c'erano buone possibilità, che aveva sentito i suoi avvocati». Potrebbe essere stata questa sua volontà un motivo per fargli del male? «Difficile dirlo - spiega il sacerdote -. Di sicuro lui voleva portare la bambina dai suoi genitori, mi faceva vedere i vestiti che gli comprava e so che la nonna materna non era molto contenta». l'attività da gestireEppure la famiglia Rondinelli gli aveva dato in gestione il capannone, proprio per consentirgli di guadagnare abbastanza per mantenere la piccola. Qui Ibrahim Mohamed dormiva anche, negli ultimi tempi. Gli investigatori hanno trovato un letto, una cucina, i suoi vestiti. E qui, una settimana prima di morire, aveva incontrato anche Antonio Rondinelli. «Mi ha chiamato perché aveva delle trofie da cucinare, sono andato e abbiamo parlato di tutto, anche della bambina - conferma l'uomo -. Continuava a dirmi che voleva prendersela, gli ho detto: "Basta che ce la fai vedere una volta ogni tanto". I rapporti tra noi erano buoni, per me era come un figlio». Perché i cognati, allora, avrebbero dovuto ucciderlo? Il movente non è completamente chiaro, non è da escludere che alla base del delitto ci sia anche una ragione economica, legata proprio alla gestione del capannone e all'attività di ortofrutta. Da oltre un anno la famiglia Rondinelli non si vedeva più al mercatino di Garlasco o in altre località della provincia a vendere il miele o le arance provenienti dalle coltivazioni dalle campagne della Basilicata. «Ho dato una possibilità a quel ragazzo e ora ci troviamo in questa situazione - si sfoga l'uomo al telefono -. Sono molto arrabbiato. Chi indaga sta facendo un grave sbaglio». --